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Corriere Mercantile – Come eravamo noi quarantenni

Teatro semplice, a livello zero. Teatro autentico. In scena ci sono un enorme lenzuolo bianco e un attore autore che racconta, Marco Paolini. Abiti quotidiani, jeans, maglietta e scarpe da vela. Sembra uno del pubblico che abbia deciso poco prima di salire sul palco. Anche l'approccio è domestico. colloquiale. Si comincia con le luci accese in sala e un'introduzione sulla genesi degli album scritti da Paolini. "Liberi tutti", in scena al Teatro della Tosse fino a sabato prossimo, è il terzo della serie dopo "Adriatico" e "Tiri in porta", diretti da Gabriele Vacis.

Un album, in questo caso, è la versione teatrale di una collezione di fotografie. Tracce di un passato privato, quindi, che si arricchisce di particolari in cui si può riconoscere una generazione. Gli album di Paolini seguono la crescita di un gruppo di amici della provincia padana. "Liberi tutti" copre un arco di sette anni, dal 1967 al 1973. Per Nicola (alter ego dell'autore), Ciccio, Gianvittorio, Nano e Cesarino, coincidono con il passaggio dall'infanzia all'adolescenza (condizione essenziale per seguire lo spettacolo, avverte Paolini all'inizio, è che ogni persona del pubblico accetti per convenzione di avere avuto otto anni nel 1964). Ma c'è di mezzo il '68, quindi la scoperta della politica, dell'autonomia di giudizio, del rock, di Brecht, di Lucio Battisti.

Il primo segnale della metamorfosi, cioè la prima conquista, è il diritto di dormire la domenica mattina, cioè di saltare la messa. Il primo luogo di aggregazione è l'oratorio, con le partite a calcetto (identificazione con "Bonimba" Boninsegna), a flipper, i tornei di caldo, i volantini da preparare al ciclostile. Una delle ultime scene, quella della ciucca di Capodanno, si svolge sulle scale dell'oratorio. Don Bernardo ha cacciato i ragazzacci. Gli incontri devono trovare un'altra sede: ferrovia, binario morto, vagone in disuso. Lì dentro, sotto la guida di un nuovo amico eroe, più anziano, più smaliziato, nasce il progetto di un gruppo che suona i Beatles e assume come inno “The sound of silence”.

Paolini fa vivere questo mondo da solo e senza l'aiuto di alcun oggetto di scena, interpretando tutti i personaggi, gli umori, i ricordi. Senza nostalgia, con uno sguardo divertito e benevolo. Bravissimo. Gli applausi non finiscono più. Paolini porta sul palco un mazzo di poster da regalare e si ferma a chiacchierare.

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