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Domenica (Il Sole 24 ore) – Ogni mese in memoria del Vajont

All'inizio lo faceva il 9 di ogni mese, nella simbolica ricorrenza degli avvenimenti di cui parla. Lo faceva a Milano, in grandi spazi di ogni tipo, ovunque ci fosse una platea disposto ad ascoltarlo. Poi questa specie di rito un po' clandestino della memoria storica ha cominciato a dilagare in altre sedi, festival politici, rassegne teatrali, straboccando dalla sua originaria cadenza temporale, facendosi evento collettivo sempre più sottratto alla primitiva matrice iniziatica. Forse in futuro il "Racconto del Vajont" che Marco Paolini ha costruito con Gabriele Vacis approderà in palcoscenico, con una regolare programmazione che gli sottrarrà magari un po' del fascino dell'imprevisto, ma consentirà a un vasto pubblico di vederlo. L'8 ottobre, intanto, sarà presentato a Erto, uno dei paesi lambiti trentadue anni fa dall'immane catastrofe che Paolini narra.

Su questo attore bellunese straordinariamente fine e penetrante, gran cultore di memorie personali e collettive, mi sono soffermato soprattutto in occasione dei suoi "Album", deliziosi monologhi con cui va ricostruendo progressivamente l'itinerario esistenziale di una generazione, mescolando l'aneddoto privato con grandi avvenimenti della cronaca. Con la stessa acutezza nell'alternare l'ironica osservazione della quotidianità e l'ampio respiro di una tragedia nazionale è sviluppato anche il "Racconto del Vajont": ma qualunque raffronto con altre precedenti esperienze impresse nei nostri cromosomi di spettatori deve terminare qui, perché il "Racconto del Vajont" è e verosimilmente resterà un fatto teatrale unico. Anzi già collocarlo nell'ambito del teatro è forse una forzatura, perché si tratta piuttosto di una cerimonia laica, di un momento di nobilissima riflessione civile condotta ad alta voce.

Senza supporti spettacolari di alcun tipo, in piedi davanti a una scrivania ingombra di carte e col solo aiuto di una lavagna, Paolini - che ho visto a Bergamo, ospite del Festival "Sonavan…le vie dintorno" - ripercorre passo passo il tragitto di un'avventura tipicamente italiana, in cui avidità e arroganza del potere si mescolano soprattutto con una sublime incompetenza. Giocando sulle corde del sarcasmo, senza mai perdere di vista la pietà e l'angoscia, egli evoca ai nostri occhi l'evolversi di un olocausto annunciato, dai primi rilevamenti operati fra le due guerre ai segnali di fragilità lanciati dalla montagna per tutto il periodo di costruzione della diga negli anni Cinquanta, passa dal linguaggio asettico delle cifre al sinistro borbottio dei terremoti, dal pacato chiacchiericcio nelle osterie all'implacabile determinazione della Società adriatica dell'elettricità, poi assorbita dall'Enel.

La conclusione della storia la conosciamo: un'immensa fetta di montagna che precipita nel bacino, una mostruosa onda di fango che si abbatte su Longarone cancellando duemila vite. La conosciamo, ma per quasi tre ore Paolini ci tiene avvinti alla sedia come se l'incalzare del racconto potesse produrre un improvviso scarto del destino, modificando quello che già è stato. Nell'oggettività partecipe, risentita, commossa ma pur sempre volta ai nudi fatti con cui ci mette al corrente della vicenda non c'è ombra di demagogia, sensazionalismo, strumentalizzazione, velleitarismo protestatario, ansia di mettere sotto accusa questo o quel settore dello stato, che sono in genere i vizi di ogni denuncia comunemente intesa dalle nostre parti. C'è piuttosto un gran rispetto per le vittime e anche per lo spettatore, cui vengono esposte le circostanze, lasciandogli il compito di fare i conti con le proprie emozioni e con un frammento del passato che resta emblematico a oltre trent'anni di distanza.

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