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E-Cremonaweb – Applauditissimo Paolini, candido e comico bambino di ieri

Il sipario non è calato. Lo si nota da subito entrando in sala. La scarsa scenografia è lì, sul palcoscenico buio, ma visibile. Né calerà il sipario a fine spettacolo. È solo lo spegnimento e l'accensione delle luci a segnare la durata dell'atto unico.

Ogni volta è come se fosse la prima volta. Anche se la pagina dell'Album di turno non è nuova è come se lo fosse. Marco Paolini è dannatamente... no: candidamente bravo. È sempre un piacere assistere ad una sua performance. Che sia un reportage in chiave teatrale di uno dei tanti misteri italiani piuttosto che un 'amarcord', come quello proposto giovedì 25 febbraio in un "Ponchielli", com'era prevedibile, gremito ed entusiasta.

In scena: Nicola, il bambino prealpino figlio di un ferroviere (alias Marco Paolini) e i suoi compagni di giochi: Cesarino, Oscar, Gian Vittorio (con la 'r' moscia perché è ricco), Piero 'mato'... Tanti piccoli italiani che raccontano, attraverso il cambio di voce e di postura di Paolini, l'infanzia di chi nel 1964 aveva 8 anni.

Quando ancora si conservavano i pomi in soffitta, a scuola si usavano carta assorbente e pennini; i quaderni erano tutti rigorosamente marcati Pigna; i vestiti che scappavano ai grandi erano indossati dai piccoli... e la vacanza, per i cuccioli d'uomo, era sinonimo di colonia: un centro di prima accoglienza ante litteram. Insomma: quando il tubetto di maionese era una meraviglia.

È una comicità verace, di periferia e di provincia, efficace quanto lo è la parola o la frase in dialetto butatta lì, mai a casaccio. Perché il dialetto ha potenzialità comunicative che l'italiano ignora, è un codice espressivo con cui la lingua nazionale non può competere.

Paolini fa ridere, e di gusto, perché racconta il vero, il vissuto di tanti, palesando la poetica comicità insita nel quotidiano di chi era bambino nel dopoguerra, nei primi anni del benessere economico, in un Bel Paese ancora avido di valori autentici. In cui i bambini erano bambini e mamma è papà erano genitori ancora muniti di autorità.

Lo spettacolo finisce. Il 'bis' è concesso con naturale gratitudine, come un dovere piacevole, una stretta di mano fra amici. Paolini non sta al gioco dell'uscita di scena, del farsi desiderare dal pubblico che lo acclama; sembra non amare i riti stantii, i soliti cliché teatrali. Forse perché la sua prosa è rappresentazione del reale. Un reale che fa ridere, mai volgare; che fa tenerezza, induce al ricordo, a pensare: "è vero, anch'io...".

Accanto a Paolini l'ormai inseparabile 'guitar man' Lorenzo Monguzzi, più di una spalla: la discreta, mai soverchiante, colonna sonora della pièce.

Un prologo fuori programma, tutto cremonese: bicchiere alla mano, pieno di un liquido scuro, Marco Paolini dedica un simbolico brindisi al Po. Che non si merita quanto gli sta accadendo: la macchia di idrocarburi si vede e si sente. L'ha vista e annusata di persona facendo un giro lungo l'argine.

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