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ECO DI BERGAMO – " SIAMO BENESTANTI MA SOLI" E PAOLINI RIEMPIE IL TEATRO

Siamo diventati miserabili, i miserabili del 2000: benestanti ma soli. Privati del nostro, tempo schiavi dl un pensiero unico. Parola di Marco Paolinl, che nel suo nuovo Miserabili rilegge il presente attraverso il riferimento a Victor Hugo, un paio di pagine di Karl Marx e l'immaginario dialogo tra il suo "alter ego" Nicola e Margaret Thatcher. Il capitalismo ottocentesco, il neoliberismo degli anni '80 dek secolo scorso: e' lungo questo corto circuito che si forma la traccia drammaturgica dello spettacolo, visto in un Creberg teatro quasi pieno. Chiaro l'obiettivo:ragionare a voce alta, interrogare i fantasmi del passato (anche quando ci pare preistoria) per rendere conto dello smarrimento del presente.Miserabili è questo. E' un unomo che "ci ragiona e canta " per parafrasare il titolo di un memorabile Dario Fo' del'66. E che, intrecciando monologhi e canzoni con i Mercanti di liquore, cerca non tanto di trovare un senso al tempo presente, quanto di esprimere le proprie domande, dare voce ai dubbi, formulare i propri perche'. Che non sono pochi, non sono solo i suoi e per questo stabiliscono un'immediata intesa con il pubblico: c'e' la strasformazione socio economica degli ultimi venti anni, c'e' la nuova precarietà del lavoro, c'e' una generazione (gli attuali 40-50 anni) che si e' addormentata rivoluzionaria in un' Italia interessata al "sociale " e che si è risvegliata integrata in un paese di individui soli e sfiduciati.
C'e' tutto questo e tutto insieme. Ed e' questo il fascino, la difficolta' e anche il limite dello spettacolo. In una scenografia costituita solo da due tavole imbandite da sparecchiare (come una festa che sia finita, di cui rimangono solo gli avanzi). Paolini intreccia, accostosta e giustappone narrazioni brevi, canzoni, puntiìe satiriche e aneddoti, notizie e ragionamenti. E' una sorta di rivisitazione in gruppo - la presenza dei Mercanti di liquore non e' decorativa o di puro accompagnamento, ma incide sulla genesi e la struttra stessa dello spettaoclo - del teatro - canzoni di Giorgio Gaber: il teatro e' il luogo del dubbio, lo spazio in cui hanno libera cittadinanzaperplessita' e smarrimento, una ricerca individuale che si fa collettiva.Tutto questo non e' semplice, soprattutto se raffrontatoa un tema politico nel senso alto del termini. Un Paolini tornato - e felicemente - a una dimensione militante e "schierata" si trova a padroneggiare una materia vasta, con contraddittoria, che tende a disperdersi nei mille rivoli delle tante storie che origina. Quasi ci riesce, e brillantemente. spostandosi fulmineamente dalla dimensione "macro" di Thatcher, Regan, Khomeini, l'ascesa della Cina e dell'India alla dimensione "micro" dell'operaio cottimista, del licenziato che vaga per agenzie interianali, del cleinte spogliato dei suoi risparmi, dallo scoppio della bolla speculativa in Borsa. Sono solo esempi, a volte anche facili. E non sempre si armonizzano in un insieme fluido e compatto: qualche passaggio manca ancora, in qualche punto si notano vistosi punti di sutura tra i diversi pezzi, altrove i salti sono un po 'bruschi. Ma soffermarsi su questi problemi - connaturati alla difficoltà del soggetto e al metodo di lavoro "in progress" - sarebbe ingeneroso.
Miserabili ha una sua freschezza, ed ha soprattutto la capicità di rendere la sostanza umana della questione.Fa sentire concrete parole astratte come "econmia" e "societa'" riprende il filo dle ciclo Album (che arrivavano fino ai 20 anni di Nicola, e ora si addentrano nella sua maturita') per raccontare quarant'anni di storia italiana, ha in se' scintille di vita e anche qualcosa in piu'. E ha il coraggio di prendere posizione, come l'arte deve saper fare.

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