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EFFETTO DOMINO DI ALESSANDRO ROSSETTO, STORIA DI UNA CATASTROFE

Lunedì 2 settembre è stato presentato alla 76. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia Effetto domino, il nuovo film di Alessandro Rossetto, tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro, pubblicato da Einaudi nel 2015 e ora di nuovo in libreria nei tascabili Marsilio/Feltrinelli.

Il film è per molti versi una prosecuzione del viaggio dentro il Nord-Est  che Rossetto aveva inaugurato con Piccola Patria, film del 2013, anch’esso presentato, allora nella sezione Orizzonti, alla Mostra del Cinema. A dare l’impressione della prosecuzione del viaggio è innanzitutto la scelta del cast, che è sostanzialmente lo stesso di Piccola Patria: Diego Ribon e Mirko Artuso nei due ruoli maschili principali, Roberta da Soller, Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Lucia Mascino in quelli femminili.

Ma a creare continuità è soprattutto da una parte lo sguardo documentaristico di Rossetto sul territorio, sul modo in cui gli umani tendono a forgiarlo e a sgretolarlo trovandosi poi a loro volta forgiati e sgretolati da quelle stesse dinamiche che essi hanno prodotto e dall’altra l’utilizzo del registro linguistico dialettale, tutto teso a immergere lo spettatore dentro la forma di vita che appartiene ai personaggi della storia.

Se quei personaggi parlassero italiano sarebbero evidentemente falsi e farebbero cadere il film dentro quella mimesi televisiva che tanto spesso ammorba il cinema italiano. In realtà qui, a differenza che in Piccola Patria, il registro linguistico è duplice: oltre al dialetto parlato dai personaggi c’è l’italiano della voce fuori campo, una sorta di coro o meglio ancora di occhio divino che descrive i caratteri degli umani che animano la storia e offre allo spettatore una sorta di orientamento che chi è immerso nella vicenda – chi,come i protagonisti, è tutto interno al punto di vista – non vede e non può vedere.

Rossetto nasce documentarista. E la sua potenza – al pari di quella di Rosi, di Quatriglio, di Minervini o anche dei fratelli Dardenne – è proprio quella di entrare nella fiction con lo stesso approccio – insieme tecnico e stilistico –  con cui si fa indagine e racconto della realtà, ovvero con quella stessa postura fatta di attenzione critica e pietas nei confronti del mondo che abitiamo che Rossetto aveva dimostrato negli indimenticabili By byoneChiusura o il Fuoco di Napoli che si spera possano quanto prima tornare in circolazione restaurati. La prassi del documentarista è evidente nell’uso della camera, nella cura nei confronti di una contingenza che non può mai essere prevista dalla scrittura (si veda con attenzione la scena in cui i due protagonisti vanno in una casa per riposo per anziani nel tentativo di capire come proporre qualcosa d’altro dall’esistente), nella sceneggiatura affidata più all’azione, ai fatti, all’immagine, che alle parole.

Non c’è mai nulla di didascalico nel cinema di Rossetto. È sempre la realtà stessa che è chiamata a parlare e ad assumere voce. La realtà, per Rossetto, va mostrata, va lasciata essere e lasciata agire. È solo così che si riesce a darle voce.

In Effetto domino il mondo che viene raccontato – un mondo che in Rossetto è sempre insieme e indissolubilmente paesaggio e dimensione esistenziale – è quello del lavoro, il mondo dell’edilizia, il mondo di una piccola imprenditoria sempre a cavallo fra la bottega artigianale e l’impresa industriale, che tenta il salto, che sogna di cambiare finalmente dimensione, che crede di poter rifare tutto, di approfittare del disastro di altri per creare un impero nuovo.

Franco Rampazzo, il protagonista insieme a Gianni Colombo della vicenda, così descrive, nel romanzo di Bugaro, il vecchio Vittorio Fabris, l’imprenditore-tipo della generazione immediatamente precedente alla sua, suo amico nonché padre di colui che potrebbe salvarlo dal baratro dentro il quale sta inabissandosi:

Arrivava in ufficio alle cinque del mattino per studiare contratti e progetti, poi partiva in macchina per visitare i cantieri. A settant’anni suonati faceva mille chilometri al giorno. Niente vacanze. Niente ristoranti. Solo lavoro.

Quel ‘solo lavoro’ è scandito come una sorta di certificazione dell’uomo per bene. Nell’ethos veneto, colui che ha dedicato l’intera sua esistenza al lavoro, è sempre un santo degno di venerazione, un eroe meritevole di infinito rispetto. Non importa se per il lavoro ha trascurato la moglie, i figli, se stesso. L’essersi sacrificato sull’altare del lavoro ne fa, nel cattolicissimo e paganissimo Veneto dentro cui i vari Vittorio Fabris, Franco Rampazzo, Gianni Colombo, Franco Carraro sono cresciuti e hanno imparato a vivere, una sorta di incarnazione dell’unica divinità per la quale ha senso sacrificarsi.

Effetto domino è la storia di una catastrofe che coinvolge gli adepti di questa religione del lavoro: due impresari edili – Franco Rampazzo e Gianno Colombo, interpretati nel film da Diego Ribon e Mirko Artuso – tentano l’affare della vita, si imbarcano in un progetto gigantesco, che tuttavia sembra fattibile, convincono altri imprenditori identici a loro a unirsi all’impresa, si espongono con le banche e falliscono. Falliscono non perché ci fosse qualcosa che non andasse nel progetto, perché avessero commesso chissà quali errori. Falliscono perché è andata così, perché sono cambiati i referenti delle banche, perché qualcuno ha deciso che era meglio oscurare, magari provvisoriamente, quella porzione di mondo e illuminarne, altrettanto provvisoriamente, un’altra.

È questa la verità che scopre Franco Rampazzo e queste sono le parole che troviamo nel libro di Bugaro:

La verità era talmente semplice da lasciarti senza fiato. Nessun dato, nessun coefficiente esisteva davvero. Ogni dato ne valeva un altro. Ogni scelta era possibile. I numeri erano quelli, esattamente quelli, eppure con gli stessi numeri, il bilancio poteva andare in rosso oppure no.

Il sistema poggiava su una piastra scivolosissima, dove tutto si fracassava, si distruggeva. La libertà era il difetto originario, la disgrazia più grande. L’aveva pensato tante volte e adesso l’aveva davanti agli occhi. Uno dice che i valori Omi non contano niente. Un altro li prende per oro colato. Uno concede venticinque milioni di finanziamento. Un altro li revoca.

Era tutto lì. Niente poteva reggere, in quel mare di stramaledetta libertà.

Il romanzo di Bugaro è insieme il ritratto di un territorio – il Nordest delle piccole imprese tanto spesso osannato e beatificato come un modello non solo economico, ma anche etico e politico da imitare ed esportare – di un momento storico – quello della grande crisi del nuovo millennio – e soprattutto di una serie di tipi umani – una sfilata di modelli antropologici – che sono lo specchio del luogo in cui vivono e delle dinamiche che lo governano.

Rossetto è per molti versi fedele all’impianto di Bugaro e tuttavia lo approfondisce e lo distorce in due direzioni apparentemente contrastanti e invece del tutto coerenti l’una con l’altra: da una parte incista ulteriormente la vicenda nel territorio, dentro un humus carnale, fisico e linguistico che è quello specifico della provincia veneta, dall’altro la proietta su una dimensione globale e addirittura metafisica che trova rappresentazione sia in una finanza dalle leggi imperscrutabili (il banchiere Vockler interpretato da Marco Paolini che appare non a caso o mentre sorvola in elicottero il territorio su cui deve realizzarsi il progetto o in una Hong Kong simbolo di una sorta di al di là under costruction), sia nel ricorrere di un immaginario religioso (splendida la scena iniziale in cui un Mirko Artuso stralunato si muove dentro un albergo diroccato raccogliendo crocefissi e poi maneggiandoli disteso su un materasso posticcio), sia trasformando il grande progetto di Rampazzo e Colombo che nel libro riguarda semplicemente delle unità immobiliari di pregio nella creazione di una città per i vecchi che si presenta come un luogo dell’immortalità, un paradiso senza Dio, come dice Colombo, una sorta di fuga insieme farlocca e serissima dalla morte.

Rossetto (che ha sceneggiato il film ancora una volta insieme a Caterina Serra) ha usato in modo perfetto il libro di Bugaro: facendolo altro da ciò che il romanzo è e insieme recuperandone alcuni aspetti descrittivi fondamentali affidati alla voce fuori campo e lasciandolo in qualche modo intatto nella sua struttura di base.

I film di Rossetto, siano di fiction o siano racconti del reale poco importa, sono sempre attraversati – lo si è detto più volte – da una idea zanzottiana del paesaggio secondo la quale esso è sempre luogo di rivelazione di una dimensione esistenziale, morale e persino politica che è sempre al di là del paesaggio stesso, ma che nulla come il paesaggio è in grado di rivelare. In Effetto domino il paesaggio realisticamente irreale di questa piccola città termale che vive a metà tra un tempo passato e defunto che ha lasciato solo ruderi dietro di sé e un futuro immaginifico di luogo fuori dalla vita che vuole esorcizzare la morte è per molti versi un ritratto straordinario dell’epoca e del mondo nel quale siamo immersi.

Effetto domino è certo un film sul Veneto, sul Nord-Est produttivo e schiavo del denaro, sul modo in cui la crisi economica ha distrutto vite e trasformato esistenze. Nell’essere fedelmente tutto questo, però, il film di Rossetto è uno sguardo feroce, ruvido e potente sulle forme di vita contemporanee, sull’alienazione che abita l’esistenza a tutte le latitudini sociali, sul crollo delle diverse fonti di senso che fino a ieri sostenevano il mondo a favore di orizzonti incomprensibili e imperscrutabili e che hanno tuttavia la forza che nei mondi arcaici avevano le divinità naturali.

Ma Effetto domino è anche e forse, a ben vedere, soprattutto un film sulla morte, e in particolare sul nesso fra il denaro e la paura della morte: perché, se da una parte come dice il prete interpretato da Vitaliano Trevisan, le donazioni a Santa Madre Chiesa vengono tutte dalla paura della morte, dall’altro come sentenzia un formidabile Andrew C. Ng – il cinese che regge i fili del gioco – sullo sfondo di una Hong Kong incorniciata come in un quadro, Life withoutdeathis business.

A commento dell’entusiasmo del giovane Fabris che sembra uscire vincente dal disastro dell’impresa di Rampazzo e Colombo, Vockler-Paolini seduto su un letto di un albergo di Hong Kong scuote la testa massaggiandosi i piedi nudi. Ciò che Fabris non capisce è che lui non è, come invece crede, qualcosa di diverso rispetto ai Rampazzo, ai Colombo o ai Carraro che ritiene di avere rimpiazzato.

Chi vince oggi perde domani.

E sempre a favore di qualcuno che, in un modo o nell’altro, vince sempre.

 

http://www.minimaetmoralia.it/wp/effetto-domino-alessandro-rossetto-storia-catastrofe/

 

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