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EUROPA – I Miserabili dei nostri giorni"

Il riferimento alla cronaca politica di questi giorni non poteva mancare nello spettato di Marco Paolini e i Mercanti di liquore. Solo poche parole per esprimere quella «sensazione di disagio diffuso, di fallimento, di azzeramento di speranze, le più modeste, legate non tanto a un credo ideologico, ma all'esigenza di risistemare lentamente le cose, senza più sfigurare di fronte ai colleghi europei». Ur'esigenza prosaica che si scontrava con esiti, molto meno prosaici,dell'infausta assemblea di palazzo Madama, e lo sconcerto, la rabbia, la delusione,condivisa a caldo con il pubblico fiorentino del Teatro
Puccini, mercoledì scorso. Si rappresentava l'ultimo lavoro scritto insieme ad Andrea Bajanì, Michela Signori e Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di liquore, dal titolo curiosamente mutuato da Victor Hugo, Miserabili, qui privati persino dell'articolo, come si trattasse di un compassionevole epiteto, con rassegnazione, e non dell'allusione a un gruppo, a una classe, o a una condizione economica. Miserabili non sono i poveri né le inconsapevoli vittime di un iniquo ordinamento sociale, descritte nel romanzo di Hugo. Miserabili sono invece gli uomini d'oggi, succubi, conniventi, artefici con tornaconto di un sistema che baratta lo stato sociale con il libero mercato, e confonde la libertà con il liberismo. «Le società - dice Paolini-contano oggi meno delle aziende e delle poche persone che hanno in mano la ricchezza mondiale. E assomigliano molto di piu' a un target , di proposte di mercato, che a strutture oganizzate che permettano invece di progettare il futuro». Miserabili dunque sono che hanno perduto la dimensione del tempo, abbandonati di fronte a un reiterato presente, tra un passato di ricordi senza memoria e un futuro incerto senza progetto. Da parte sua la politica non sembra in grado di attuare né proporre cambiamenti significativi, a lunga scadenza», cioè di imprimere la sterzata necessaria a interrompere quel processo di disintegrazione sociale che affonda all'inizio degli anni '80. Questa, sostanzialmente, la tesi che si delinea in un testo non più legato direttamente alla cronaca, come i suoi precedenti lavori, ma che intende riflettere sulla trasformazione socioeconomica di questi ultimi vent'anni. Sempre nell'alveo del teatro civile, nonostante egli neghi, con veniale civetteria: «lo faccio semplicemente teatro». Un teatro senza proclami che non nasconde il pensiero ma non vuole anteporlo a una documentata esposizione dei fatti. «Quando faccio teatro è come se prendessi appunti ad alta voce, affezionato a un 'idea di spettacolo che non sia la semplice espressione di una mia idea». Di qui una ragionata serie di dubbi, domande, sollecitazioni, che in questo caso prendono la forma di un immaginario dialogo con Margaret Thatcher. «Non sapendo con chi prendermela mi sono rivolto alla Thatcher: se volevo parlare di pensiero unico, il solo modo era farlo con lei». E con Ronald Reagan, che fa capolino tra domande e risposte. A loro si deve quel fenomeno che prende il nome di new economy, e che «avanza in progressione esponenziale dagli anni'80». «Con Reagan - dice Lorenzo Monguzzi - cambiano completamente le regole del gioco: tutto quello che ha condizionato i governi precedenti era sbagliato, a cominciare dallo stato sociale, che non tutelerebbe nè i ricchi nè i poveri, Con il libero mercato invece la ricchezza può fluire senza criteri e coprire "goccia a goccia" anche i ceti più poveri". Peccato, continua Paolini, che "l'abolizione delle tasse e la libera circolazione di una ricchezza così prodotta si fondi su una logica dell'opportunità, dell'uno su mille ce la fa, e non su una logica della sicurezza, della previdenza, e di una più democratica possibilità dì progettazione». Lo
spettacolo tuttavia non è una riflessione di macroeconomia e alta finanza, ma un 'analisi degli effetti di una indiscussa tendenza a livello mondiale, dal punto di vista dell'individuo.
L'operaio a cottimo sottosalariato, il licenziato che vaga tra agenzie interinali, il piccolo risparmiatore dilapidato dalla banca, la maternità rifiutata per fare carriera, la ragazza alienata che lavora in un call center, proprio come fosse una catena di montaggio, fino alle condoglianze "sentite" via sms. Sono questi i piccoli miserabili dei nostri giorni, raccontati non senza ironia nella consueta forma di narrazione, e attraverso quattordici canzoni che danno allo spettacolo il senso lieve della ballata che vuole però invitare a riflettere. «Qui è la musica ad adattarsi al parlato - spiega ancora Monguzzi -, perché forse sono finiti i tempi di Mamma guarda quanto mi diverto».

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