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Faenzanotizie.it – “Numero Primo” di Marco Paolini: un work in progress spiazzante e coraggioso

È andato in scena ieri sera, al Teatro Masini di Faenza, il primo incontro della rassegna "Protagonisti". Si tratta dello spettacolo di Marco Paolini "Numero Primo: studio per un nuovo album", prodotto da Jolefilm

Per il cinema esistono le riprese di backstage, che i curiosi possono di solito trovare nei contenuti speciali dei dvd. Ma per gli amanti del teatro, riuscire a cogliere qualcosa del lavoro sommerso che sta dietro ad uno spettacolo, è molto più difficile. Il lavoro sulla voce, la scansione della gestualità, i tempi narrativi, il laborioso processo di distruzione e di taglia e cuci che va svolto sulla sceneggiatura: tutto ciò viene meticolosamente nascosto allo spettatore, che può così concentrarsi sull'opera matura e pronta per essere goduta.

Con Numero Primo: studio per un nuovo album, al contrario, è stato lo stesso autore a volere che gli spettatori entrassero direttamente nella “fabbrica” del teatro e che partecipassero loro stessi alle prove, facendo da cavie – consenzienti! – e decidendo, in modo indiretto, le sorti della forma finale dello spettacolo. La prima cosa da tenere in conto, dunque, è la natura di bozza di Numero Primo, studio che Paolini, assieme ai suoi collaboratori, sta portando in tournée e che, di volta in volta, viene aggiustato e testato.

È dunque del tutto naturale che qualche passaggio di questo nuovo episodio della fortunata serie degli Album sia senza dubbio risultato farraginoso e poco chiaro, mancante di un ritmo convincente, e che abbia spesse volte relegato il formidabile talento attoriale di Marco Paolini al ruolo di semplice narratore.

In altre parole, il testo ha avuto spesso la meglio sulla carne dell'attore, e non si è ancora giunti a quell'equilibrio mirabile che invece caratterizza gli altri famosissimi episodi degli Album: vengono in mente i racconti del rugby con l'allenatore, nonché don, Tarcisio; i folpi dalla Jole; le prove di Brecht fatte da Nicola e gli altri ragazzini dell'oratorio all'insaputa di don Bernardo; i primi rapporti amorosi di Nicola con “la Norma”; o il racconto del terremoto a Gemona, in Friuli. Tutti episodi che riescono nel difficile tentativo di conciliare la leggerezza arcadica e narrativa dell'ambientazione (l'irresistibile ingenuità del Veneto di provincia) con il profondo pathos della storia contemporanea del nostro paese, costellata da attentati, terremoti, alluvioni e altri disastri italiani. É quasi sicuro che il raggiungimento di quell'equilibrio sia solo questione di tempo, e che le difficoltà “esterne” di fruizione siano dovute in massima parte alla non-finitezza del pezzo.

Ma ciò che ci ha davvero colpito ieri sera al Teatro Masini è stata la peculiarità “interna” di questo nuovo episodio degli Album. Innanzitutto, il cambio di personaggio. Non abbiamo più a che fare con l'alter-ego franco-veneto di Paolini, Nicola, ispirato alla penna di René Goscinny. Questa volta la narrazione gira attorno ad un altro piccolo Nicolas, di cognome Fermat, che preferisce tuttavia rispondere alla dizione diNumero Primo. Numero Primo, bambino taciturno di cinque anni, viene affidato da Hechné – la madre siriana che soffre di un male incurabile – a Ettore Achille, fotografo freelance che, salvo rare eccezioni, costituisce la voce narrante principale dello spettacolo. Luogo dello scambio, le “tazze rotanti” di Gardaland. Tempo: un futuro indeterminato.

Già da questa cornice è evidente come l'intento dello spettacolo non sia più “semplicemente” quello di raccontare una biografia collettiva del nostro paese; non ci troveremo più dentro un racconto nostalgico del nostro passato collettivo, fatto di particolari ed eventi che accomunano diverse generazioni. Paolini, conNumero Primo, rovescia il punto di vista: si racconta di un futuro che è allo stesso tempo inquietante come quello di Blade Runner e famigliare come il nostro presente.

Si racconta di un futuro ma non lo si fa per semplice evasione. De te fabula narratur: l'Italia di domani che viene tratteggiata da Paolini non fa che esasperare i tanti tic dell'Italia di oggi. Il racconto di Paolini funziona come un gioco di specchi che, invece di raccontare il passato per parlare del presente, riflette l'immagine di quest'ultimo sullo schermo di un ipotetico futuro. Se di Album si tratta, le fotografie che contiene sono le istantanee di parenti che, pur assomigliandoci molto, devono ancora nascere.

Attraverso il racconto di Numero Primo, gli spettatori scoprono gli aspetti più strani del paesaggio umano e geografico di questa Italia di domani. Come la multinazionale Balocchi, ad esempio, specializzata in riproduzioni in scala di tutto: un immenso transatlantico in bottiglia lungo 15 chilometri, che si estende per la tangenziale di Venezia; abbiamo trovato irresistibile questo parossismo in sapore collodiano di quegli incubi architettonici che rispondo al nome di outlet. La stessa ottica giocosa ma un po' disturbante, che potrebbe ricordare certi passaggi dei libri di Stefano Benni, si ritrova nelle descrizioni delle “bianche scogliere di Porto Marghera”, diventato un centro di produzione di neve finta (dal momento che la vera non scende più); neve che viene trasportata dal perito chimico Procopio sulle cime delle Dolomiti attraverso un processo di quantum entaglement; o anche nel racconto dei programmi per adulti della Scuola Elementare Steve Jobs (già Carducci) di Trieste, che offre ai genitori degli alunni un collegamento in diretta di ciò che viene svolto in aula.

Le atmosfere strapaesane a cui ci aveva abituato Paolini con gli altri Album – pullulati da figure che si possono trovare in ogni paese di provincia e caratterizzate da quei riti di iniziazione che, pur cambiando nella forma, mantengono la loro sostanza immutata attraverso le generazioni – vengono in Numero Primoamalgamate con frammenti di fantascienza, elementi quasi distopici e nozioni scientifiche complesse, come accade spesso anche in Houellebecq.

Nozioni scientifiche che, se ad una prima analisi potrebbero sembrare superflue o oscure, risultano invece elementi di primaria importanza per l'economia dello spettacolo – come succedeva anche nel recente ITIS Galileo. Numero Primo, il personaggio, è infatti un piccolo genio fisico-matematico, che a cinque anni doma la nozione di frattale, che riesce a risolvere questioni logico-filosofiche complesse come il teorema dei quattro colori, e che migliora le giostre dei luna park triestini calcolando la velocità angolare dei calcinculo. L'eccezionalità dei prodigi Nicolas Fermat (nomen omen), un po' Gesù, un po' Pinocchio, un po' Huckleberry Finn, non sfugge agli ingegneri di un centro di genetica di Losanna, che cominciano a pedinare i due protagonisti per rapirlo: si tratterebbe infatti di un prodotto inaspettato di un esperimento di Intelligenza Artificiale archiviato da tempo.

Già da questa sommaria rassegna, si capisce che ci troviamo davanti ad un progetto teatrale ambizioso e coraggioso, che sfida le aspettative dei fans di Paolini, e che rimette in gioco le capacità dell'autore bellunese, scompaginando le soluzioni teatrali sperimentate negli altri episodi della serie degliAlbum. Auguriamo a Paolini e a tutti gli altri suoi collaboratori di trovare presto una forma teatrale convincente, che riesca a snellire la struttura di Numero Primo, magari rinunciando a un po' di carne al fuoco e sviluppando quegli episodi – come quello dell'infestazione dei pidocchi, o dell'afghano “aspettatore”, che ci sono parsi funzionare meglio. E già si potrebbe azzardare un pronostico: Numero Primo è uno spettacolo che sembra destinato a crescere molto, magari fino al punto di staccarsi dagli Album, e formare un nuovo organismo, capace di vita autonoma.

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