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Gazzetta del Sud – Il cyberfuturo fa tanta paura

Le avventure di Numero Primo” di Marco Paolini al Teatro Strehler di Milano

Chiamalo se vuoi racconto di fantascienza o, come dice lui, “esperimento di fantascienza narrata a teatro”. E anche se il suo tono è quello di uno che racconta “Pinocchio”, si finisce col percorrere storture e pericoli provenienti dall'esasperata tecnologia del nostro tempo. È così che Marco Paolini si destreggia fra presente e futuro e sembra allontanarsi alla velocità dei gabbiani (che invece sono droni) dal suo teatro sociale di narrazione, avviato nel 1994 con “Il racconto del Vajont”. E invece no. “le avventure di Numero Primo”, scritto insieme con Gianfranco Bettin e in questi giorni al Teatro Stehler per la stagione del Piccolo, entra a gamba tesa, nonostante il tono suadente da favola dell'attore bellunese, nella socialità d'oggi, quella che esclude i rapporti diretti e affida tutto alla tecnologia fino a che del futuro rimane al massimo la speranza ma non più la fiducia. Il protagonista narrante Ettore, fotografo di guerra, si trova padre per contratto di Nicola, detto Numero Primp, bambino fra i 5 e i 6 anni affidatogli da una donna conosciuta online. La creatura è strana, ha un occhi più verde dell'altro, possiede strani poteri ma ha la capacità di gioire per le cose della natura, compresa la cacca di orso e l'amica capra, arrivata grazie a una stampante 3D. Fra improbabili amici gestiti da un giostraio slavo, una scuola che cambia il nome da “Giosuè Carducci” a “Steve Jobs” e dove i bambini sono seguiti in diretta dai genitori, una multinazionale che riproduce tutto in scala e, di fantascienza in fantascienza, perfino il Mose completato e che funziona 7 volte su 10, la vicenda si snoda con un pessimismo di fondo, un avvenimento a reagire prima che tutto diventi cyber e disumano. Da qualche parte le macchine (per la prima volta una di esse ha vinto il Nobel) stanno prendendo il sopravvento sull'uomo o forse lo hanno già fatto e lottano fra loro. Numero Primo, strano incrocio tra elettronica e umanità, diventa una preda da conquistare a ogni costo ed Ettore non sa più qual è il tipo di guerra che si trova a combattere pur non appartenendo a nessuna delle fazioni in lotta. La favola diventa mistero inquietante e la battaglia tra topi e gabbiani, più macchina che animali, ci porta a un futuro di cui potremmo essere solo passivi spettatori. Due ore molto interessanti, dense di concetti e di pericoli, nella prima parte francamente comiche (forse troppo), ineguali nel ritmo: meritano molti applausi ma suscitano anche l'idea che si tratti di uno spettacolo da perfezionare ancora”.

Di Vincenzo Bonaventura

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