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Giornale di Bergamo – Paolini: «Solo la cultura ci può salvare»

Marco Paolini è tornato. E non è solo. Al suo fianco, questa sera sul palco del teatro Creberg, ci sarà Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore («non un collaboratore o una spalla, ma un partner perfetto con cui c’è un’intesa immediata»). E, soprattutto, con lui ne La macchina del capo - questo il titolo dello spettacolo - c’è il piccolo Nicola (una sorta di alter ego, comparso per la prima volta in Adriatico, nel 1987), figlio di un ferroviere, tutto preso dai campetti di calcio, la scuola, la colonia e le marachelle che architetta con i suoi amichetti, nel paesino veneto in cui vivono. Sullo sfondo gli anni Sessanta: le grazielle delle ragazzine, gli autoscontri del luna park, la gomma per l'inchiostro, i buchi nei quaderni, la maestra severa.
La storia con la "s" minuscola, insomma: quella fatta di aneddoti piccini, priva di imprese ed eroi, depauperata, però, da ogni forma di nostalgia. No, di quella, Paolini, non ne vuole proprio sapere, come ci spiegherà nel corso di questa intervista.

Per La macchina del capo ha ripreso in mano i primi "Album", scritti tra il 1987 e il 1992: cosa significa, a distanza di 20 anni, lavorare sul proprio repertorio?
«Significa vedere se sei ancora capace di farlo. Quello dei primi album (Adriatico, Tiri in porta, Liberi tutti, ndr) è un materiale che richiede innocenza e leggerezza. Nel frattempo ho lavorato a cose pesanti, mi sono persino fatto crescere la barba: mi chiedevo se fossi in grado di interpretare ancora un bambino di otto anni. In realtà sì, ci sono riuscito, e ripescando questo materiale passato, ci ho anche trovato qualcosa di nuovo».
Ha aggiunto nuove parti rubacchiando dai racconti dei suoi nipotini.
«In realtà ho rubacchiato soltanto qualche parola, non racconti, perché loro si vergognavano e, per una questione di rispetto, ho preferito non inserirli. Anche se, forse, si trattava di aneddoti interessanti solo se circoscritti alla sfera familiare. Ammetto, però, che i miei nipoti, di 8 e 10 anni, manifestano maggiore interesse per i miei spettacoli con tematiche "da grandi": non credo capiscano tutto, ma è il fascino di poter accedere a contenuti per adulti».
Ha definito La macchina del capo un racconto con «molto incanto e poco veleno». In cosa consiste il veleno?
«Non lo so, a volte non ricordo nemmeno tutti i virgolettati che mi vengono attribuiti. Se pensassi a chi sono in base agli spezzoni che caricano su YouTube o a quello che leggo nelle interviste, sarebbe difficile ritrovarmi. Credo, però, che il veleno abbia a che fare con la critica corrosiva che rivolgo al mondo della scuola e a istituzioni totalizzanti come la colonia, luogo in cui Nicola va in vacanza. Esistevano anche lì delle ipocrisie, perché il passato non è tutto bello e il presente brutto, come spesso si vuol far credere. Racconto cose dolorose che fanno parte della mia memoria, seppur con ironia».
A proposito di educazione e di bambini speciali: suo fratello, Mario, ha scritto un libro intitolato Chi sei tu per me?. Ce ne vuol parlare?
«Con grande piacere. La mia esperienza nel settore è più scarsa, ma lui ha avuto il coraggio di affrontare quel mondo. Ha smesso di dirigere un centro diurno per lavorare come formatore di educatori ed insegnanti. Chi sei tu per me? non è un libro di teoria, che formula delle tesi, ma racchiude l’enorme esperienza di casi in cui le cose non sono andate nel verso giusto, cercandone le cause. È la testimonianza di incontri di vita, di piccoli abusi e disagi intorno a noi, dell’incapacità di rapportarsi a chi è diverso. Il problema inizia quando scattano nella testa parametri scientifici arbitrari, quando si pensa "quello ha un cromosoma in più di me": le classificazioni portano a pericolosissimi preconcetti e pregiudizi. Ne La macchina del capo compare uno di quei bambini, che noi chiamiamo violentemente "Piero mato" perché non c’era ancora nessuna correttezza nel linguaggio. Mostro la difficoltà di giocare con uno più grande e più grosso di te, che ti fa paura, ma al tempo stesso ti attrae. Tornando al libro, credo che serva agli insegnanti, ma anche a tutti quei genitori che credono che in classe con i loro figli ci sia qualcuno che "rallenta l’apprendimento del gruppo". È una frase tremenda, ma che nel 1941, in Germania, portò a sopprimere gli agnelli che rallentavano la massa, come ho raccontato in Ausmerzen (spettacolo sulle vicende legate alle teorie dell'eugenetica nazista, andato in onda su LA7 lo scorso 26 gennaio, ndr). La nostra intenzione non è quella di tenere il ditino alzato per insegnare, ma di rendere più civile il dibattito in merito a certe tematiche. Tanto io - in modo più superficiale ma più efficace in termini di comunicazione - quanto Mario, cerchiamo di lavorare nella stessa direzione. Ho imparato molto da quel libro e credo gioverebbe a tutti, leggerlo. È di quelle cose che ti ricaricano le pile».
Tra memoria e nostalgia il confine è labile: come si fa a non sconfinare nella seconda?
«La nostalgia è diventata una merce, una sorta di tessuto hi-tech con il quale rivestire le cose, per riuscire a venderle. Al contrario, la memoria è una scelta individuale, che porto con me nello zaino: ce l’ho dentro per produrre arte, la mia arte da guitto. Quello che faccio è un esercizio per scegliere storie e, in seguito, raccontarle bene. La memoria non è transitiva, non si trasmette: si stimola. Mi piace quando è rozza e spartana, vera, senza santi in calendario e priva di retorica».
A proposito di spartano: nello spettacolo ricorrono parole ed espressioni in dialetto. Scelta, immagino, dettata dalla maggiore forza espressiva.
«Assolutamente. Penso a Paolo Fresu: suona come un sardo perché ha iniziato nella banda del paese, ma la sua musica, sublimata, è arrivata in tutto il mondo. Allo stesso modo anch’io ho uno strumento, la mia voce. Cerco suoni la cui anima deriva dal dialetto, capace di dare maggiore incisività e forza comunicativa».
Nel 2009, in un'intervista concessa ad Andrea Scanzi, diceva: «I miserabili dell'800 siamo noi. Padri che portano a prostituire le figlie, la paura per il diverso, il razzismo, l'intolleranza». Uno scenario apocalittico che in due anni è ulteriormente degenerato. Come rendere reversibile questo disfacimento?
«Solo la cultura può farlo. Detto così, però, può sembrare una sorta di nostalgia. Non intendo dire che, come nell’800, si sia analfabeti, la plebe sia ignorante, mentre la borghesia sia colta. Voglio dire, invece, che ci sono dei rapporto culturali che fan sì che nessuno di noi pensi di poter cambiare le cose. Esiste una sorta di sottovalutazione dell’individuo, quasi fossimo sudditi rassegnati con poca fiducia in noi stessi e nei nostri mezzi. Bisogna cambiare i rapporti di forza tra economia, politica e cultura, laddove quest’ultima è intesa come una somma di scienza, pensiero e coscienza. Dobbiamo iniziare a costruirci un futuro, altrimenti ci ritroveremo di fronte soltanto la miseria, cedendo a un destino già scritto».

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