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Giornale di Brescia – Un cuore di cane tra fuoco e pioggia

Circa 1400 spettatori a Capo di Ponte felici e «all’umido» per Archeoweek

CAPO DI PONTE«Il senso del limite». È il prezioso bagaglio che ci portiamo a casa. A raccontarcelo un Marco Paolini che interpreta Jack London. Saliti a piedi da Nadro, attraversato il parco delle incisioni rupestri, ci ritroviamo a Capo di Ponte in 1.400, in un grande prato tra gli alberi, «all'umido», come dice l'attore veneto, che in «Uomini e cani» - giovedì scorso all'apertura del Festival Archeoweek - ci ha narrato tre storie dello scrittore americano.

Per questo spettacolo tormentato dalla pioggia, che poi clemente ha lasciato scorrere la voce pacata e lo sguardo sornione dell'affabulatore, il pubblico non si aspettava certo la classica lettura a leggio. Sul prato costellato di giacche a vento, tutto buio dopo le 21.30, si è venuti per gusto d'avventura, per dire «io c'ero», per ascoltarlo e vederlo.

Lui. Paolini: un attore che rende le parole concrete. È la sua grande virtù, che fa aprire (letteralmente) la bocca a qualche ragazzino presente, rapito, quando l'artista di Belluno accende il fiammifero nell'ultimo epico racconto, «Preparare il fuoco». O si accuccia, per avvicinarsi a un cane immaginario, in «Bâtard», ovvero «bastardo», storia di un uomo e di un cane in lotta fra loro. O segna con le mani una linea. Era un po' «borderline», dice di Jack London, il grande scrittore che diventò famoso ma visse una vita in bilico, al limite, da vagabondo o fra improvvisati lavori.

Eccolo, di nuovo, il limite, per il London novello autore: «1000 parole al giorno». O nel primo racconto, in cui «Macchia», un cane di grossa taglia, si considera come un uomo.

Ma è in «Preparare un fuoco», ultima epica storia, che lo spirito della serata passa dagli occhi grandi e chiari di Paolini a noi. Protagonista un uomo possente dalla barba rossa, unico particolare colorato, insieme al «fuoco», in un video a disegni animati proiettato al termine, e per la prima volta, in cui le figure di un uomo e un cane si stagliano come macchie nere sul fondo bianco e freddissimo di neve e ghiaccio senza vento. L'uomo vuole trovare un nuovo sentiero. Il cane sente il freddo. Il cane «lo sa». Ecco l'insegnamento. «E dire che sto con te da migliaia di anni solo per 'sta stupidata», pensa il cane, mentre l'uomo disperatamente accende l'ultimo fuoco, per sciogliere i piedi assiderati. L'uomo vede l'obiettivo, ma ha perso «immaginazione», non sa pensare la morte, sentire il freddo e i suoi limiti. Come «nella corsa all'oro di fine '800 o nella crisi economica di 4 anni fa». «L'uomo non mangia l'uomo, ma del resto non lascia traccia - sibila Paolini -. Per questo - ci sussurra alla fine con un sorriso furbo - in tutto questo spettacolo, in realtà, io, ero il cane».

L'INTERVISTA L'attore bellunese ricorda

«Sulle Dolomiti, al debutto, venne la grandine»

Marco Paolini deve amare le rocce della Valcamonica. Lo spettacolo lo tiene sotto un albero, accanto alla roccia 99 del Parco di Naquane, una delle poche dove ci sia un'iscrizione romana. Un altro «limite» valicato, la conquista di Augusto della Valcamonica. Ma l'attore veneto, per farsi intervistare, sceglie addirittura la roccia numero uno: si siede, rispettosamente, la pipa in bocca, ai piedi della «roccia grande», con quasi mille incisioni, fra cui una scena di caccia al cervo con l'aiuto proprio del cane, di cui ha parlato lo spettacolo.

Un bosco di notte sotto la pioggia: che pensieri sono passati nella testa di Paolini?

Le storie - risponde - che dovevo fare e insieme, come penso per gli spettatori, la sensazione di umido nelle ossa, o di piacere del ramo di foglie sopra la testa. Da una parte temevo che alla lunga il pubblico potesse stancarsi in questo luogo bello ma un po' disagiato. Dall'altra, certi racconti non si possono tagliare. O li fai, oppure no. Però il mio canovaccio non è rigido, così da adattarsi al "termometro" del pubblico. In ogni caso è la prima volta che mi riesce di fare «Uomini e cani» intero, al buio! Le altre volte pioveva e dovevo interrompere; al debutto l'anno scorso sulle Dolomiti ha addirittura grandinato.

Perché Jack London?

È sempre avventato raccontare le parole di uno scrittore, bisogna leggerle. Siccome però non tutti leggono, se uno te le racconta, magari ti viene la curiosità di leggere. Gli attori che leggono non mi piacciono. Quindi, io racconto. Raccontando tradisco. Non so se faccio un buon servizio a London, l'intenzione c'è.

Marco Paolini e la Valle Camonica...

Non ho il piacere di frequentare la «signora» con confidenza, sono ospite, e guarda dove mi sono seduto. Sto appoggiando parti poco nobili su qualcosa su cui antichi camuni hanno inciso... un cappello d'alpino! (Paolini ironizza sull'incisione di un vandalo, ndr.): questa incisione è la riprova che o gli alpini derivano dalla preistoria, o qui c'è anche qualche mona!

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