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Il Cittadino – «Io, Marco e gli americani»

Quando Jack London se n’è andato Woody Guthrie aveva quattro anni. Era morto giovane lo scrittore, non sarebbe durato tanto il cantante. Non hanno fatto un secolo in due.

Eppure nessuno si stupirebbe a scoprire in qualche appunto che il musicista conosceva lo scrittore e lo aveva letto, lo aveva amato, sicera immaginato che quella sfida onesta e schietta, a viso aperto contro la natura, lui la vedeva negli uomini che lavoravano la terra e l’acciaio ai quattro angoli degli Stati uniti. E poi, in fondo, nessuno vieta nemmeno di immaginarsi che se London avesse voluto inventarsi una musica tutta per sé, be’, l’avrebbe scritta così, quattro accordi e tanta vita da raccontare, come ha fatto poi Guthrie.

E allora eccoli lì, cent’anni dopo quel decennio che li ha visti sfiorarsi, incontrarsi oggi su un palco. Li hanno accompagnati Marco Paolini e Lorenzo Monguzzi. Il primo - perché questa è una storia di un primo e un secondo - che progettava da tempo di portare sul palco Jack London («a lui devo una parte del mio immaginario di ragazzo, è un testimone di parte, si schiera, si compromette, quello che fa entra in contraddittorio con quello che pensa»), il secondo che ha saputo cucirgli addosso la musica che gli serviva.

«Per farne un altro personaggio in scena», racconta Monguzzi, cantautore monzese, nato a un tiro di sasso da Brugherio, dove mercoledì 5 dicembre insieme all’attore veneto porterà in scena al teatro San Giuseppe “Studio per una Ballata di Uomini e cani”, l’omaggio allo scrittore statunitense che Paolini ha coltivato per qualche anno. Saranno in quattro in tutto a muoversi in una scenografia essenziale nata e pensata per essere messa ovunque, e non solo davanti alle quinte, perché nel frattempo sono arrivati anche Angelo Baselli e Gianluca Casadei, un clarinetto e una fisarmonica che sono voci da aggiungere a quelle di Monguzzi e della sua chitarra. Perché di questo si tratta - racconta il monzese - «non tanto di fare una colonna sonora allo spettacolo, qualche intermezzo tra un testo e l’altro»: non un servo di scena, aggiunge, «ma musica che sia narrazione parallela al racconto di Paolini».

Qualche prova, giusto per abbozzare il lavoro, un po’ di mesi fa, come si fa tracciando il profilo di una scultura su un foglio con la consapevolezza di cosa si vuole: «Con Marco non si tratta mai di mettere in pratica un copione, quando si prepara uno spettacolo. Semplicemente, lo si fa», partendo da zero o quasi, mettendo insieme le idee e trasferendole in scena, «anche quando la scena è un qualche rifugio in montagna, a lui piace così» - purché ci sia un pubblico su cui misurare i tempi, i ritmi, le parole. E la musica.

«L’estate scorsa l’abbiamo provato un paio di giorni, poi si è trattato di immaginarci le canzoni adatte. Di solito gli porto qualcosa, scegliamo, discutiamo, proviamo e lo facciamo». Ma quella volta sulla strada c’era Woody Guthrie, di cui sarebbe arrivato il centenario di nascita (il 1912) e allora «nonostante non fossero della stessa epoca, ci è sembrato cantassero una stessa canzone: entrambi vagabondi per almeno una parte della loro vita, un immaginario condiviso, erano perfetti». Monguzzi ha spulciato il canzoniere, che «musicalmente è abbastanza semplice, elementare», mentre la sua forza sono i testi, «e cercando ho trovato anche canzoni inedite, mai incise». Un po’ di lavoro per rimetterle in sesto, entrare nel suo mondo senza doverlo abitare per forza, «un bel modo per cambiarsi la pelle». «Che ha funzionato» e continua a funzionare, anche se lo spettacolo resta uno studio e potrebbe dirottare e saltare da un vagone all’altro senza troppo preavviso, come avrebbe fatto London, come avrebbe fatto Guthrie.

A loro si sono aggiunti Casadei e Baselli, che hanno dato sostanza alla parte musicale e hanno contribuito a farne nuovi elementi, componendo insieme alcuni brani che seguono l’andamento della narrazione di Paolini - tre racconti di racconti (Macchia, Bastardo, Preparare un fuoco) e un tuffo nella vita di London, due ore in tutto.

Ne vale la pena? «Ne vale sempre la pena», anche quando prima di debuttare, all’inizio di novembre, si sono infilati per quindici giorni in un teatro vicino a Venezia per provare e riprovare da mattina a cena, poi la sera davanti al pubblico del prima della prima. «Ne vale sempre la pena, per tutto quello che ho imparato, in fondo fare il musicista non è richiesto. Ma ecco, oggi non potrei più farne a meno - dice Monguzzi- anche della dimensione teatrale. E mi sembra di avere fatto un sacco di strada ». Anche con Paolini. E come London, o come Guthrie.

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