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Il Friuli – Un artigiano del palco nel Paese dei vecchi

Per conoscere Marco Paolini, i suoi pensieri e le sue opinioni, è meglio andare a teatro. L’attore veneto non ama le interviste, non le ha mai amate. Anzi, le detesta proprio, perché dice “non credo sia importante per chi segue il mio lavoro leggere sui giornali le mie opinioni”. Non lo fa per scarsa disponibilità o presunzione. È semplicemente un modo di considerare il suo ruolo d’attore che non dev’essere scambiato per tuttologo, né opinionista, né educatore di massa. Per molti il suo nome fa rima con teatro civile da quando, all’inizio degli Anni ’90, s’impose all’attenzione del pubblico con Il racconto del Vajont. Da allora il suo talento, l’originalità del suo linguaggio, la cifra stilistica della sua proposta artistica, l’attenta ed equilibrata frequentazione dei diversi ambiti mediatici (teatro, cinema, televisione) gli hanno consentito di ottenere continue e ampie affermazioni.

Riuscire ad affermarsi con il teatro di narrazione in un mondo dominato dal linguaggio visivo è dunque per lei una sfida vinta?
“A vincere una sfida fu Carlo Freccero (direttore di Rai2) che decise di mandare in tv uno spettacolo come Il racconto del Vaiont, il cui linguaggio era molto distante da quello ritenuto più adatto al mezzo televisivo. Ha rischiato soprattutto lui rispetto al sottoscritto. Al tempo non mi conoscevano in molti. Quindi, se avessi toppato, gli effetti negativi su di me sarebbero stati molto contenuti”.

Che cosa provò il successo che ne seguì?
“Fu la dimostrazione che quella forma di linguaggio era possibile. Da quel momento, l’unica sfida personale che ho dovuto sostenere è stata quella di fare attenzione alla qualità di ciò che in seguito avrei realizzato”.

Qual è l’aspetto più affascinante di un’esperienza come quella, appena conclusa, della sua partecipazione al Festival I suoni delle Dolomiti?
“Io sono prima di tutto un appassionato di montagna.
Ciò che mi affascina è la possibilità di fare il mio lavoro in situazioni particolari, nelle quali i limiti tecnici si superano con il piacere di essere circondati da un scenografia naturale straordinaria e dall’instaurarsi di un rapporto molto speciale con il pubblico”.

Perché speciale?
“Perché le persone che vogliono assistere ai concerti e agli spettacoli devono prima affrontare
la fatica di un’escursione a piedi per raggiungere i rifugi nei pressi dei quali si tiene l’esibizione.
La fatica rende tutti un po’ attori così da realizzare un rapporto di stretta solidarietà tra chi suona/recita e chi ascolta. È l’andarsi a cercare la motivazione che distingue quel pubblico
da quello dei teatri”.

Bernardo Bertolucci ha affermato che l’effetto Berlusconi è un’Italia demotivata: è d’accordo?
“Troppo facile dare la colpa alla politica e a Berlusconi. Il nostro è un Paese di vecchi e la caratteristica dei vecchi è di essere prudenti, per non dire spaventati”.

Dove cercare le motivazioni per sopravvivere?
“Io dico nella cultura prima che nella politica e nell’economia. Non vedo altre strade. È solo investendo in cultura che possiamo far tornare i conti. Non ce la faremo se a imporsi sarà la dittatura della convenienza”.

La cultura però oggi subisce tagli sempre più pesanti…
“Io cerco di fare la mia parte. Non da solo ma insieme a un gruppo di persone che mi aiutano a elaborare idee e a farne progetti. Noi non dipendiamo da sovvenzioni statali, siamo sganciati da qualsiasi meccanismo finanziario e ci riserviamo la facoltà di scegliere come fare e quanto fare”.

Una strategia in antitesi con le regole del mercato?
“Un modo d’intendere il lavoro non in termini industriali, ma artigianali. Se portando un progetto in tv guadagniamo nuovo pubblico, poi reinvestiamo in altri ambiti, dal teatro all’editoria”.

Qual è oggi la sua primaria ambizione professionale?
“Essere trattato da ‘classico’, diventare un ‘classico’ prima di morire”.

Cosa ritiene indispensabile al suo lavoro?
“Ciò che ora conta di più nel mio mestiere è non dare mai nulla per scontato, pensare che le situazioni siano destinate a ripetersi. Basilare non perdere mai il senso della misura e parlare il meno possibile. Quel che ho da dire lo dicono i miei spettacoli”.

Non le estorceremo neppure un giudizio sulla sua terra, il Veneto, assurto in primo piano nelle
cronache politiche, economiche e sociali di questa nostra Italia?

“Non sono un opinionista. Sono abituato a dare giudizi dopo avere approfondito a lungo un tema e affidandomi a ragionamenti un po’ più articolati di una semplice battuta. Ciò che penso del Veneto l’ho detto qualche anno fa in Bestiario Veneto, ora lo faccio in Bisogna (la pellagra via sms)”.

La legge bavaglio all’informazione la preoccupa almeno un po’?
“La sensazione è che sia frutto dell’ossessione personale di chi è terrorizzato all’idea di far trapelare ciò che nasconde nei cassetti. Ma con questo non me la sento neppure di difendere l’intera categoria dei giornalisti italiani dei quali, salvo un manipolo di pochi dotati di valida professionalità, non mi sento orgoglioso”.

Sulle tracce di London
LIBRI E ZAINI. La montagna è la grande passione di Marco Paolini, che da anni frequenta da protagonista il Festival I suoni delle Dolomiti. “La prima volta - ricorda - c’ero andato per un concerto. Il mio amico Mario Brunello, sapendo che non viaggio mai senza libri nello zaino, mi chiese di leggere qualcosa. Funzionò. Quest’anno ho portato sull’Adamello un progetto dedicato a Jack London. Quattro giorni di trekking e spettacolo finale al Rifugio Vajolet, annullato la sera per pioggia e recuperato la mattina del giorno dopo”.

A Udine il 15 luglio: nella Macchina del capo per imparare a conoscere i bambini di ieri e di oggi
SALTO NEL TE MPO. Sul palcoscenico, Marco Paolini non indosserà i pantaloncini
corti. Tuttavia, per un paio d’ore, l’attore veneto diventerà un bambino di 10 anni, il protagonista de La macchina del capo. “Un giocattolo leggero, nato un po’ per scherzo lo scorso Natale per La7. Il mio cinepanettone”, dice Paolini.
Lo spettacolo, nel cartellone di Udinestate 2010, sarà in città il 15 luglio (piazzale del Castello, ore 21).
“Non racconto per nostalgia - continua Paolini -, ma per divertimento. È una storia per tutti. Nel percorso di crescita di un bambino, tra banchi di scuola, campetti di calcio e ferrovie, si possono riconoscere sia i miei coetanei, sia quelli più grandi di me, ma anche i bambini di oggi. Uso l’ironia, ma evito le caricature. Chi ha conosciuto gli Album vi troverà schegge di quelle vecchie storie, intrecciate a episodi ideati più di recente. Un bel gioco del quale è complice Lorenzo Monguzzi: insieme abbiamo creato canzoni senza tempo ispirate alle filastrocche di Gianni Rodari o alle melodie composte da Fiorenzo Carpi per il Pinocchio di Luigi Comencini”.

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