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IL GAZZETTINO – MARCO PAOLINI MISERABILI OSTAGGI DEL DESTINO

«L'indice di miseria» è una voce che affiora sempre più spesso nei nostri bilanci sociali. Possiamo anche chiamarlo «destino», poco cambia. «Quando si accettano dosi di destino nelle cose, è come se gli "altri" se ne andassero. È come se restassero solo l'io e le cose. Una somma di io che però non crea un "noi", non genera un sistema cui affidarsi. Ognuno di noi, ormai, è troppo diffidente nei confronti del "noi". Questo, per me, è indice di miseria. Miseria è l'impossibilità di contare sugli altri. Miseria è sapere che se ti arriva una mazzata del destino, sei da solo».

Marco Paolini non vuol essere «digeribile come un'alka-seltzer»: le parole possono far male, ferire, scuotere, irritare, ma devono essere cercate e individuate per tentare a raccontare il mondo, «per capire perché siamo così oggi». E "Miserabili, Io e Margareth Thatcher", il nuovo lavoro realizzato coi Mercanti di Liquore che torna al Toniolo di Mestre (dal 12 al 14) a cinque mesi dal debutto, non vuole «essere una lezioncina col dito alzato», ma uno sguardo su ciò che siamo diventati.

Partendo dall'agghiacciante profezia della Lady di Ferro: non esiste società, ma solo uomini-donne-bambini. «Mi secca dargliela vinta - sospira Paolini - mi sembra poco che l'Italia si riduca ad un target. Mi sembra poco pensare di poter fare a meno della società quando ognuno di noi, domani, può continuare a fare quello che fa indipendentemente dal fatto che ci sia la società attorno».

È la prospettiva corta.

«Appunto. Il caso Telecom sembra ribadirlo: a "Ballarò" ci dicono che con uno scattino di orgoglio nazionale si può far restare l'azienda in Italia. Ma nello stesso tempo si sostiene che nessuno deve mettere delle briglie al mercato. Quindi lo scatto di orgoglio nazionale va chiesto alle banche, come se l'unico modo per farcela sia quello di affidarsi agli onnipotenti».

Come si evita, allora, questa "miseria"?

«In questo periodo preferisco leggere libri scientifici, per capire come è cambiato il modo di pensare dei ricercatori. Più che saggi di economia e di politica, cerco testi di divulgazione scientifica. La scienza è cambiata tantissimo, e ciò si riflette su di noi. Il nostro disagio di adesso non è molto diverso da quello di Einstein davanti alla portata delle scoperte che cambiavano la fisica tradizionale. La storia del '900 è storia di gente che si è persa e che ha perso certezze. Gran parte di quello che viviamo oggi è determinato dal cambio di percezione dei fenomeni che nascono nel '900. Non avessi queste letture sarei più incazzato».

E il teatro che risposte può dare?

«Il teatro non deve dare risposte».

Un aiuto almeno.

«Le parole circolano, ma bisogna trovare il linguaggio per descrivere le cose, per chiamarle».

Cosa cerca?

«Voglio capire perché il portafoglio conta e determina l'identità. Perché il mercato è in grado di influire sul mio futuro apparentemente molto di più del mio voto alle prossime elezioni. Come dire: un cambio di governo nel mio paese non influirà nella mia vita futura tanto quanto le novità proposte dal mercato. Le attese economiche, nella mia vita, paiono più concrete delle attese politiche. La politica sembra allontanarsi dalla realtà, mentre il mercato e l'economia sembrano dare alla realtà una forma talmente precisa da diventare la realtà. Tutto questo mi preoccupa. Perché l'economia non è una scienza esatta».

Un brutto presente.

«Non sembra brutto perché è compensato da tutti i benefit che ne riceviamo in cambio. In fondo, stiamo meglio adesso di quando avevamo "più società" attorno a noi: adesso possiamo compensare tutto grazie a ciò che compriamo. E visto che ora, e questa è la riflessione finale di "Miserabili", è il tempo ad essere in vendita, dobbiamo fermarci a riflettere. Perché se l'unico modo per ragionarci su è andare ad ascoltare Paolini, Grillo o qualcun altro, pagando, beh, forse non è il caso di continuare questo mestiere. Io non voglio, a teatro, diventare un surrogato della società. Certo, qualcuno mi ha fatto notare che prendo sempre sulle spalle certi temi... magari sarei più leggero e divertente senza questo bagaglio».

Ma questo è anche il suo "marchio di fabbrica".

«Eppure potrei semplicemente fare l'attore, e forse come attore diventerei più bravo e meno pesante. Però è bello potersi dedicare a certe cose sapendo che, anche se vieni criticato, non ti fermi mai e continui a cercare. Alla fine, quando le cose maturano, c'è una grande soddisfazione. Dal punto di vista artistico, è bellissimo poter lavorare ad uno spettacolo per anni, è un lusso, un privilegio che mi sono costruito da solo e di cui vado orgoglioso, perché tutto ciò si riflette anche nel pensiero della gente. Sono molto felice del lavoro fatto con "Il sergente", mi ci sono voluti quattro anni per arrivarci. Sarà così anche con "Miserabili", mentre vado avanti rifletto molto: con suggerimenti, mail che arrivano, discussioni, articoli. E lo spettacolo cambia, si modifica. Sono sicuro che tra un paio anni diventerà qualcosa che non si può prevedere adesso». Magari smentendo del tutto la profezia della Thatcher.

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