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Il Gazzettino. Noi "miserabili" senza memoria

Siamo tutti «miserabili», ed anche un po' ridicoli. «Come un can can». Marco Paolini si accarezza il mento e sorride ironicamente velenoso. Come dire: la miseria ti si appiccica addosso, ti cambia odore-colore-sguardo-anima, e se non ve ne siete ancora accorti, tanto peggio. Perché ci stiamo perdendo. E trasformando in uomini senza memoria, «in miserabili senza coscienza», schiavi di un «pensiero unico» spacciato per «belle époque», a sua volta schiavo dei diktat dell'economia. In fondo, ben poco cambia dal miserabile di Marx e Hugo al miserabile "post-moderno" sintetizzato nello spot «tutto intorno a te». Siamo solo «clienti» in un universo dominato da logiche aziendali, proiettati verso una «mission», assoggettati alle «regole dell'eccellenza», smaniosi di comprendere il «segreto della leadership» ma incapaci di gestirci il nostro tempo. Sotto sotto, non siamo in grado far germogliare una nuova riflessione, come se I'Alzheimer, «ladro di memoria», ci avesse colpiti tutti. Un peccato ne soffra Margaret Thatcher, «è irritante sapere che tutti quelli che hanno cambiato così il mondo non abbiano memoria di ciò che hanno fatto».
Paolini lo canta e lo sottolinea dal palco del Toniolo di Mestre, dove sta muovendo i primi passi del suo nuovo lavoro costruito con i Mercanti di Liquore, "Miserabili, Io e Margaret Thatcher" (in cartellone fino a domenica), e lo ricorda a fine show osservando divertito gli "arnesi" di scena: una scrivania che viene lasciata cadere, una bicicletta mignon simbolo del «tutto intorno a te», un tavolo ricoperto di piatti e rimasugli di cibo e bevande. «Di solito si rifugge da quest'icona del "dopo-mangiato" è imbarazzante, schifoso - osserva l'attore - L'abbiamo fatto apposta: spiega un po' la miseria che ci sentivamo addosso».
Siamo tutti miserabili?
«Un secolo fa tutti sapevano chi erano i "miserabili", li si vedeva lungo le strade, si leggeva Victo Hugo Ugo. Per loro non c'era possibilità di riscatto dal destino. Noi adesso piangiamo miseria. Non siamo oggettivamente un paese povero, avremmo gli strumenti per affrontare le nostre differenze. Eppure piangiamo miseria. E la miseria ti si attacca addosso, è un sentimento che toglie tantissime energie, si annida nei vari livelli della nostra organizzazione sociale. Deriva dalla solitudine, ma anche dall'avverarsi della profezia di Margaret Thatcher: non esiste società, ma solo uomini-donne-bambini. Se questo è vero in un paese anglosassone, figuriamoci che può accadere in un paese dove il famiglismo è pesante!»
Lei parla di Thatcher e liberismo, di liberismo e libertà. Perché proprio quel periodo storico e quel personaggi?
«Negli argomenti che volevo affrontare non mi pareva ci fossero tante "facce" di protagonisti, né avevo tanto materiale su cui costruire storie. Non volevo fotografare il presente, ma raccontare una trasformazione. Non mi interessa essere attuale. Come ho sempre fatto negli Album, cerco di ragionare sul passato prossimo. In questo caso, però, l'esperienza personale non mi bastava. Come se non avessi capito tutto quello che stava accadendo. Lo spettacolo diventa così un'occasione per riflettere, per vedere se ho davvero compreso alcuni passaggi. Non sono un teorico, non ho dottrina, il mio modo di ragionare sul palco è questo».
Nello spettacolo lei parla di precariato, di uomini "a rate", di scuola che vive sui "debiti", di cultura aziendale, soldi di plastica... Sono questi i mali dell'oggi?
«Volete da me analisi da giornalista, ma io non rubo il vostro mestiere. Li conoscete meglio di me. Tuttavia, anche se ci informiamo, le cose ci sfuggono. Allora il senso dell'arte, a volte, è quello di forzare, di prendersi la responsabilità di creare dei collegamenti. Io non posso dire niente di nuovo, ne far scoprire cose nuove. Non ho neanche un blog come Grillo, non fornisco informazioni o soluzioni. Sono lento, antico. E non intendo fermarmi: non voglio guardare al passato, ma lo sguardo è rivolto al futuro».
Per comprendere cosa?
«Voglio capire perché gli italiani di un tempo e quelli di adesso non si assomigliano. Paradossalmente si assomigliano di più due italiani di idee opposte di trent'anni fa che due italiani con le stesse idee adesso».
Come dice lei, nei processi di trasformazione si perde sempre qualcosa.
«È l'entropia. Ma non dovremmo permetterci il lusso di perdere quel qualcosa».
L'unione coi Mercanti di Liquore è diventata più stretta in questo spettacolo.
«Sentivo l'esigenza di lavorare ancora con loro dopo "Sono n.32", che era nato mettendo insieme poesie, pezzetti di monologhi teatrali, schegge, canzoni. "Miserabili", invece, è più faticoso: vuoi dire lavorare su testi e canzoni contemporaneamente, creando materiale inedito. Un sfida interessante».
"Miserabili" si apre con l'avvertenza che «non è uno spettacolo ma un carrello della spesa» nel quale lei mette tante cose «alla rinfusa nell'attesa di trovare un senso».
«Sono molto appagato dalla risposta del pubblico. Anche se poi, quando guardo lo spettacolo in video, mi arrabbio».
Cosa non le piace?
«Credo di non avere ancora le parole giuste. È come se mancassero alcune parole intermedie: se metto insieme due parole, mi mancano quelle che si collocano tra la prima e l'ultima. E poi mi piacerebbe uscire dal mio lavoro sul palco».
Ossia?
«Dal momento che le regole della drammaturgia governano la comunicazione pubblica, la pubblicità, i media e la politica, scopro di aver nostalgia di termodinamica, come dico nello spettacolo. Che vuoi dire nostalgia di logica. A volte, nello spettacolo, non tutte le parentesi aperte vengono chiuse. Io lo so, ma questo, nella fascinazione dello spettacolo, passa. Se però vuoi rifarti alla logica, non puoi permettertelo. Sopporto che accada, ma non è il punto di arrivo. Ho bisogno di un'idea di realtà condivisa: non posso accontentarmi di schegge di idee di realtà assolutamente soggettive».
Il pubblico, però, sembra "accontentarsi".
«Assolutamente sì. Tanto più oggi che nessuno mette in relazione ciò che è stato detto prima da ciò che viene detto dopo dalla stessa persona. Non c'è memoria delle scelte, neanche delle proprie decisioni».

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