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Il Gazzettino – Paolini nella neve con il suo Sergente

Mestre. Toniolo esaurito per lo spettacolo.

Il "Sergente"di Marco Paolini avanza nella neve che devasta corpi e cervelli, inghiotte i soldati in ritirata, blocca ruote, armi, mezzi, animali. Anche se i piedi resistono, il pensiero sembra procedere scollegato da ogni azione umana. E la ritirata dal fronte russo diventa una lenta ma inesorabile discesa agli inferi, in quell’abisso senza fine che secoli prima si era già divorato gli eserciti di Napoleone e dell’imperatore persiano Dario, e che ora ingoia anche gli italiani spediti lì “a morire” durante la seconda guerra mondiale.

Marco Paolini si muove sicuro lungo i sentieri tracciati da Mario Rigoni Stern nel suo “Il Sergente nella neve”, vaga tra le rive del “placido Don” annusando acqua e terra, si infila nelle trincee puzzolenti rivestite di pidocchi e cartoline, bussa alle porte di isbe ospitali, schiva proiettili e lancia bombe che non esploderanno, assiste i compagni feriti, guarda la morte avanzare. A pochi mesi dal debutto-prove aperte (che ha deluso più di qualcuno) di Mira, questo “Sergente”-in scena l’altra sera in un teatro Toniolo stra-esaurito fino a sabato- si è trasformato nel toccante e doloroso canto epico di una disfatta, quella degli alpini di Rigoni, poveri cristi, e per giunta invasori , mandati a morire nel nome di una guerra decisa da altri.

Sul palco si staglia un’enorme carta geografica che racchiude Europa e Russia Europea; attorno, tre lunghi specchi pendono dal soffitto e delimitano lo spazio riflettendo così luce, ghiaccio, acqua, neve, i bagliori dei razzi. Al centro c’è lui, il Paolini-cantastorie che per avvicinarsi al “Sergente” ha voluto vedere e toccare con mano i luoghi raccontati da Rigoni, ascoltando le voci di chi ha visto sfilare quei ragazzi malvestiti, li ha osservati sprofondare nella neve fino alla pancia, li ha riscaldati con una coperta, una tazza di latte, un sorriso.

È da mesi che Paolini taglia, aggiunge, ritaglia, lima e corregge, provando e riprovando sul palco, accanto al suo “servo di scena” Marco Austeri, inserendo le musiche dei Mercanti di liquore, di Uri Caine, di Mario Brunello. Solo così le sue storie conquistano un senso e toccano lo spettatore, solo così Paolini riesce a sentire il respiro della storia. Con lui avanziamo nella neve trattenendo il respiro, ridiamo osservando i pidocchi esplodere nella stufa, sentiamo le lacrime che si gelano sulla faccia, muoviamo le dita dei piedi che bruciano dal dolore, respingiamo il freddo che si insinua nelle ossa. Ha ragione Paolini, “non bisogna andare in guerra per capire cos’è”: questo “Sergente” taglia la pelle come il ghiaccio, non consola né si sogna di farlo, anche se la “pietas” contadina di invasori ed invasi sembra offrire un appiglio per la speranza. Non è il teatro di denuncia di Vajont o “Petrolchimico”, né è un semplice atto di accusa contro l’insensatezza della guerra, ma una “chiamata in causa” di tutti noi. Perché non possiamo chiamarci fuori, né rimuovere. Se questo è successo una volta, scrive il Sergente, “potrà tornare a succedere”. Come ora.

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