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Il Gazzettino – Paolini tra i ragazzi della via Paal

Alla freschezza si aggiunge una delicatezza espressiva ricca di finezza

In scena a Mira «Tiri in porta», uno dei primi album dell’attore trevigiano, sguardo commosso e divertito sull’infanzia trascorsa giocando a pallone sul campo dietro casa e scambiandosi le figurine

Mira

A leggere le patrie gazzette sempre più di frequente accade di scoprire cronache amare sullo scarso interesse mostrato ormai da giovani e vecchi per il teatro di prosa. Quasi la colpa fosse del pubblico, non di un repertorio che continua a riproporre i soliti classici interpretati in chiave di melodramma, dimenticando i problemi del nostro tempo. Addirittura voltando le spalle alle seduzioni della lingua veneta, e sorvolando sul particolare che aumenta in tutta la regione il numero delle formazioni amatoriali solite ad esprimersi nella lingua di Goldoni.

Ma un altro fatto dovrebbe far riflettere, almeno nel territorio della ex Serenissima, gli organizzatori di teatro legati ai soliti schemi che non dicono più nulla: il clamoroso successo di Marco Paolini con il suo repertorio centrato interamente su usi, fatti e costumi che vanno dritti al cuore di chi assiste ai suoi monologhi intrisi di dolcezza polemica, fedeli in sostanza ad una tradizione che risale al buon tempo antico. È vero che Paolini appartiene alla categoria dei grandi attori, ma è altrettanto vero che i suoi copioni di taglio autobiografico restano sempre sul piede di casa, non esitando ad evocare particolari che possono sembrare privi di risonanza, mentre fanno centro in maniera straordinaria. Una riprova addirittura clamorosa si è avuta l'altra sera al «Teatro Villa dei Leoni» in quel di Mira, dove Marco Paolini ha presentato «Tiri in porta» ad un pubblico che, dato il suo infittire, ha costretto gli organizzatori a ritardare d'una ventina di minuti, forse più, l'inizio dello spettacolo. Definito dalla noterella del programma «la cronaca di dieci giorni, a partire dal settembre 1964, a cavallo tra le vacanze estive e l'inizio dell'ultimo anno di elementari per un gruppo di ragazzi d'una strada di Treviso, quando in quella strada c'era ancora un campetto di calcio confinante con l'asilo delle suore», il copione praticamente inizia con una festa di compleanno, e si chiude con la morte di uno della combriccola.

Un episodio che si chiude in un'aria strana, nella quale al dolore degli adulti raccolti in chiesa per la malinconica cerimonia funebre, fa da contrasto l'atteggiamento dei suoi compagni, che dentro di loro ritengono l'amico ancora vivo. Magari da un'altra parte, in un luogo dove certi eventi non succedono, e la fantasia in perenne ebollizione arriva a far scivolare in ombra l'irrompere del dolore. Il contrappunto fra ansia di vivere e sorprese negative che scandiscono fin dalla giovinezza l'esistenza, è sviluppato da Marco Paolini in «Tiri in porta» con una grazia straordinaria, che in pratica cadenza la sua ora e passa di monologo, iniziato come già detto più sopra, dalla simpatia per una compagna di scuola che si presenta tenendo sottobraccio una bambola. Prova ne sia, che al termine della recita, gli applausi sono divenuti una sorta di ovazione. Così vibrante da indurre l'attore ad un curioso «bis», imperniato sulla lettura di un Intervento polemico di Pier Paolo Pasolini sul fenomeno dei calcio, proprio ai suoi giorni divenuto una sorta di follia collettiva, destinata a crescere senza limiti e con buona pace del suo amico Gianni Brera.

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