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Il Gazzettino (Venezia)

Mestre

È tornato a Mira, dopo tre anni di assenza, nel posto dov'è nato artisticamente. Marco Paolini ha presentato nel parco di villa dei Leoni - a fianco del teatro - "Parlamento chimico - Storie di plastica". Per questo, accanto al pubblico che conosce Paolini grazie alla Tv e ai suoi successi nei teatri di mezza Italia, c'erano i suoi vecchi amici quelli che con la defunta cooperativa Moby Dick lo avevano accompagnato nelle prime produzioni.

Il suo ultimo lavoro è dedicato alla storia del Petrolchimico di Porto Marghera e dei lavoratori che vi hanno trovato la morte, è ancora un "work in progress" nonostante ci stia lavorando su da anni e la sua conoscenza della materia sia diventata veramente enciclopedica. Due ore e mezza fitte fitte di monologo che vanno dall'illustrazione degli impianti del cvm e del prodotto, fino alle condizioni di lavoro, agli studi avviati già negli anni Sessanta sulla pericolosità del gas - un tempo usato in guerra per annientare i nemici dietro le trincee - fino ad un affresco sulla situazione italiana e mondiale in cui si inserisce la storia della chimica nazionale. I nomi di Cefis, Schimberni, Gardini (il primo dei quali è sfilato assieme agli altri 30 imputati poi assolti nell'aula bunker al processo per le morti degli operai e per l'inquinamento della laguna) apparivano così come le figure dei burattinai che, assieme al "re" di Mediobanca Enrico Cuccia, riuscivano a condizionare Governi e a mutare le sorti dell'industria italiana nel giro di pochi mesi. E, in questi grandi scenari, la vita degli operai che staccavano con le mani le incrostazioni di cvm dentro alle autoclavi valevano ben poco. Paolini ha citato il sostituto procuratore Felice Casson quando parlava di «disastro continuato» a proposito di quel che è accaduto in fabbrica: «Se scoppia, se frana, se cede improvvisamente tutti ce ne accorgiamo e abbiamo modo di parlarne». Ma all'agonia del Petrolchimico - un «forte Apache, ammalato di tumore, e tutti sanno che chiude ma nessuno vuole staccare la spina» - ci siamo abituati, ha concluso Paolini, come alla velocità della tangenziale di Mestre che «va a passo d'uomo, ma non necessariamente a misura d'uomo».

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