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Il Giornale di Sicilia – La strage di Ustica, un mito moderno: dolore e rabbia per un oratorio laico

TEATRO. Successo allo Spasimo per il monologo di Marco Paolini, scritto con Daniele Del Giudice, con i cori di Giovanna Marini: la narrazione tra cronaca e testimonianza

PALERMO - Ci sono due o tre secondi tra l'ultimo grido spezzato del DC9 Itavia ("qua…"), su cui si fa buio all'improvviso e cala il silenzio sulla voce solista e i cori, e l'esplosione dell'applauso finale, lunghissimo e d'intensità quasi solenne - in cui capisci che la storia di Ustica è storia di noi tutti, non solo la tragedia di quegli ottantuno morti ammazzati (dobbiamo ancora far seguire questa parola da un punto interrogativo?) e dei loro familiari, ma quella di un Paese che colpevolmente ha chiuso per vent'anni spiragli di soluzione ai perché della sciagurata serata del 27 giugno 1980. È un memento severo, questo "I-Tigi - Canto per Ustica" che, dopo il debutto bolognese, l'altra sera è approdato allo Spasimo, dove si replica fino a domani - di quelli a cui Marco Paolini (già dal suo "Vajont") ci ha avvezzi: ma è, nel suo crisma di oratorio laico, anche un racconto di fascino terribile, che ha perfino momenti fiabeschi in quel suo allacciarsi mitologico al volo, all'impresa creduta impossibile ma già da allora possibilissima per tanti, per tutti quelli che ogni giorno vanno su e giù per i cieli. C'è un momento molto bello, quello in cui Paolini e Giovanna Marini (autrice dei cori eseguiti dal suo quartetto, parte integrante della narrazione) si palleggiano le professioni delle vittime, le loro occupazioni quotidiane (non un nome, badate, nel triste rosario): una laureata in ingegneria nucleare, un piastrellista, un'impiegata dell'Hotel delle Palme, una commessa di farmacia, due funzionari delle Finanze…E la chiosa, di straordinaria bellezza: "A me 'st'aereo pare un treno, con questi mestieri quasi nostri". C'è, ovviamente, al di là di un anelito poetico che Paolini ha condiviso con Daniele Del Giudice - ispiratore e coautore di quest'oratorio prodotto dall'Accademia Perduta - un'invettiva politica nel senso più nobile della parola, c'è lo sdegno per un mistero artatamente inflitto per due decenni (fino al rinvio a giudizio di 48 persone, oggi alle soglie di un processo), c'è un invocazione di giustizia nel nome di ottantuno morti e a dispetto dei depistaggi, dei nastri radar scomparsi o cancellati, dei registri con i fogli maldestramente strappati, dei "non ricordo, è passato tanto di quel tempo". Ci sono, in queste due ore in cui si immagina di seguire l'ultimo atto della vita di quei passeggeri, dal check-in fino al fatale epilogo, in un dialogo tra cielo e terra, tra l'IH 870 e i centri di controllo, delucidazioni aeronautiche che Paolini, con la sua maniacale ma intrigantemente affabulatoria foga divulgativa, spina dorsale di un teatro di vocazione civile d'ormai rara apparizione sulle nostre scene, offre con tutta la semplicità alla quale si può ricorrere per un simile argomento (affidandosi alla lavagna trasparente e al pennarello): e anche le convenzioni geografiche, le rotte, le coordinate, l'alfabeto del cielo si trasformano in mitologia, in carne e sangue di tragedia, in archetipo del sacrificio. E così via, si torna alla rabbia, allo scenario mondiale, al terrorismo sovranazionale, al clima di guerra che negli apparentemente pacifici inizi '80 infestava il Mediterraneo, Usa-Urss superpotenze ancora nemiche, gli euromissili, Gheddafi e il petrolio, (l'Italia di quegli anni con "la moglie americana e l'amante libica", come disse il giudice Priore).

C'è, talvolta, in questo racconto che ancor oggi ti lascia spesso a bocca aperta nonostante Paolini premetta di non svelare alcuna novità, la sensazione di uno spaesamento labirintico, di un imbarazzato stordimento tra gli intrighi e le bugie attraverso i quali l'attore ti porta per mano condensando miracolosamente cinquemila pagine di istruttoria, in una trasmutazione interpretativa che lo fa cantastorie e sciamano insieme. E le voci della Marini e delle sue compagne (Patrizia Bovi, Francesca Breschi e Patrizia Nasini) sono più che una sottolineatura, sono una partitura parallela, tra nenia dolorosa e rabbiosa esigenza di verità.

Dura e commovente esperienza di teatro-verità alla fine della quale nessun applauso, nemmeno quello assordante dell'altra sera, può siglare la catarsi.

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