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Il Giornale – Dialogando sui massimi sistemi. La «rivoluzione» secondo Paolini

Un leggio ai piedi del palcoscenico, davanti alla prima fila della platea, su cui poggia aperto il «Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo» è il cuore pulsante dello spettacolo di Marco Paolini.

Un passo fatto «in commedia» «ITIS Galileo», in cui l'attore interpreta una pagina del feroce, e spesso incomprensibile testo scritto da Galilei nel primo trentennio del Seicento. Le prime parole di Paolini rivolto al pubblico sono: «E adesso un minuto di rivoluzione» intendendo quei 1800 chilometri del giro attorno al Sole, ma anche una partenza per sviscerare in 130 minuti di spettacolo ogni cosa cui è contro. E così ancora una volta ecco venir fuori quanto sia necessario il teatro, quanta la sua rilevanza nel conto delle pratiche intellettuali, in un'epoca di resistenza e di grande difficoltà civile.

Quanto abbiamo studiato a scuola di malavoglia o frettolosamente il «prof» Paolini lo ripropone colmando le nostre (e le sue) lacune riuscendo ad accompagnare la propria ricerca con un elemento raro e prezioso: la capacità di stupirsi. È come un bambino di fronte al sole, alla luna, alle stelle, di fronte al brivido dell'infinito e alle strambe domande su cosa faccia cascare le robe per terra, o mantenga costante il movimento di un pendolo. Aristotele e Tolomeo, Copernico e Keplero, l'astronomia e il Sant'Uffizio, stavolta sono nomi e discipline in libera uscita dalle pagine dei trattati, che si mescolano alla carne e al sangue di un uomo, Galileo, non certo privo di difetti ma campione sempre d'una ostinata devozione al sapere. Un uomo che fu contemporaneo di Shakespeare nell'esatto momento di collisione fra antico e nuovo, e dunque fratello di Amleto, e come lui emblema «moderno» perché invaso da mille domande, eroe e vittima della propria intelligenza, basata sullo scomodo beneficio del dubbio. È dunque la forza della ragione quella che Paolini esalta nel suo spettacolo in cui due ore di affabulazione attoriale, sempre chiara e comunicativa, trascorrono rapide e avvincenti.

La cosa più bella è che alla fine il pubblico esce edotto, cosciente di una materia espressa e carpita. Ogni reazione lui la conosce da prima, non sbaglia un colpo nella sua strategia d'ingaggio. Lo spettacolo volge in segno positivo con una forza trascinante e, in un finale ancora da assestare, Paolini è a cavallo della mina: nuovo Barone di Münchhausen, sognatore stralunato e incantatore, attraversa il tempo, la storia, le leggende per un pubblico che lo applaude per un quarto d'ora di fila.

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