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Il Manifesto – I crimini del neo-liberismo raccontati da Marco Paolini

Potenza del teatro, e della comunicazione davvero extra-ordinaria, rispetto alle forme correnti, che lì si può stabilire. Marco Paolini aveva creato Miserabili: io e Margaret Thatcher 2 anni fa, e ne demmo conto, dal Piccolo Teatro di Milano. Un lavoro che raccontava una condi¬zione di spaccatura sociale clamorosa, come quella che si era creata con l'impazzimento liberista del mercato. Tanto che la temibile signora di ferro diventava la personificazione emblematica di quella malattia che da lei si sparse perniciosa nel mondo, la maniacale e omicida deregulation (non senza rendere le giuste responsabilità a Reagan & Co.). Mentre consumi e povertà di massa degeneravano, schiacciati dal !oro stesso peso (cosa che spiega l'invocazione del titolo a Victor Hugo). La grandezza del teatro di cui si diceva, e che lo spettacolo oggi conferma, è che Marco Paolini non poteva allora prevedere con certezza che nel 2008 la crisi economica sarebbe esplosa sul pianeta in maniera selvaggia, fino a evocare lo spettro del'29. Per cui è stata davvero la sua sensibilità di artista quasi «rabdomante» a sentire quel che andava precipitando. E oggi Miserabili, lo e Margaret Thatcher (all’Argentina fino a domenica 18) suona non più solo sinistro e inquietante (anche perché Paolini non risparmia la risa¬ta crudele e intelligente), ma anche atroce specchio di quanto la gran parte delle persone vivono ogni giorno nel mondo.
Nel frattempo l'artista si è conquistato un pubblico più vasto attraverso la tv, in particolare su La7, con i recenti exploit di capodanno e, di poco precedente, sul rugby. Un'esperienza che funziona non solo sugli spettatori (che almeno permettono di vedere facce nuove in teatro) ma sullo stesso attore. Che è sicuro e disinvolto senza essere “ammaestroso” (il caso Grillo ha sviluppato una certa insofferenza alle tentazioni guru), e l'altra sera ha superato con grande bravura anche l'attacco di un micidiale raffreddore «in diretta».
L'impianto e anche i testi dello spettacolo sono fedeli a quelli originari, ma la consapevolezza dell'emergenza rende anche il pubblico più reattivo e coinvolto. La platea interloquisce volentieri e con calore, in una esperienza partecipativa rara (e non a caso il finale si consuma quasi «naturalmente» nella gaberiana “Libertà è partecipazione”, seppure scandita e ritmata in una versione che le toglie ogni zucchero illusorio). Paolini è già li, ai piedi del palcoscenico, mentre il pubblico prende posto. Racconta il proprio carrello della spesa, i suoi gusti alimentari e i suoi precetti dietetici. E con un bell'affondo cita il “ Capitale” di Carlo Marx. Per poi tornare in un racconto avvincente alla propria economia domestica, utile a svelare pigrizie e ignorante di ognuno di noi. In un crescendo di «intimità» sempre più stretta che può applicarsi anche ai principi della termodinamica.
Si ride molto, anche se amaro, seguendo il filo di un operaio trevigiano spiazzato dalla modernità della crisi. Perché Paolini ha ormai consolidato, attorno alla passione civile e alle sue elevate qualità di attore, una bella dimestichezza con la musica e il canto (e in alcuni momenti anche con la danza...). A fianco a lui in scena, davanti ai resti di una tavola imbandita per qualche povero festeggio, ci sono infatti i Mercanti di liquore, la band che fornisce alcolico spessore, musicale e civile, alle performance di lui. I tre musicisti, che come lui a tratti indossano tatcherianamente il cappello nero a cilindro (anche la temibile signora inglese cinguetta ogni tanto in registrazioni d'epoca), disegnano il bel tracciato del racconto della collettiva miserabilità Una condizione esistenziale, per quanto forzata, che consente però una grande libertà, critica e fantastica, oltre che emotiva. Così che il giudizio sul presente esce fuori anche solo da un accenno, un nome, una battuta, quasi che gli idoli cui sembriamo costretti (di governo o opposizione) non meritino, saggiamente, più di tanto.

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