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Il Manifesto – Il sergente di La 7. I caporali della Rai

Accendere la tv e dimenticare il telecomando. Un evento che capita raramente, magari con Benigni e Celentano, eccezioni alla regola della televisione commerciale che comanda ormai da molti anni il palinsesto Rai. È successo l'altra sera, su La7, la piccola rete che del servizio pubblico ha imparato a fare le veci.
In diretta, alle nove di sera, dalla cava di Zovencedo, con il termometro sottozero, un pubblico incappottato sopporta il gelo pur di partecipare al monologo di Marco Paolini In un'atmosfera catacombale, con le quinte naturali di immense colonne di pietra bianca, senza interruzioni pubblicitarie, va in scena “Il sergente nella neve” di Rigoni Stern. Dall’altra parte dello schermo una platea che supera il milione (con momenti di ascolto che toccano i quattro milioni) è incollata alla tv, affascinata dall'arte affabulatrice dell'attore.
Capace di dare alle parole una forza cinematografica, Paolini rivive l'odissea del milite ignoto che torna a casa dopo il rompete le righe sul fronte russo, nell'inverno del '43. Alterna il testo di Rigoni Stern (presente in platea) con un suo personale viaggio in treno verso il Don, doveroso sopralluogo alla ricerca di luoghi e incontri, «goloso di paesaggio», per vedere «fin dove avevamo invaso», in compagnia dell'uomo del battello che lo porta sulla linea del fronte, con la sorpresa di ritrovare la stessa generosità contadina della isba, che ieri regalava al nemico italiano una salvifica tazza di latte e oggi dona a Paolini una coperta rosa indossata in scena. La descrizione del «placido Don» (acqua, in persiano antico), della vegetazione rigogliosa, del fantastico gatto parlante che appena lo vede gli fa la battuta «sarai mica di Vicenza?», si mescola con quella della tana di trincea, della vita con i commilitoni, della coabitazione con gli indistruttibili pidocchi, del gelo insopportabile che provoca la demenza. Si ride, si soffre, la telecamera fa la spola tra il volto dell'attore e un pubblico ipnotizzato, specchio fedele della tensione che avvolge la platea televisiva.
Tutto questo in prima serata, con l'evento-Paolini costruito da una specie di count-down, scandito da Ferrara e Armeni a Ottoemezzo, un pre-teatro dedicato a spiegare cosa sarebbe andato in onda dopo.
Inevitabile ricordare il primo exploit televisivo di Paolini, protagonista della straordinaria serata Vajont, voluta da Carlo Freccero su Raidue nel 1997, poi replicata su Raitre nel 2003. Anche allora ascolti altissimi, anche allora un'eccezionale prima serata, testimonianza della fame di qualità, dimostrazione di una domanda qualificata contro l'alibi di una deriva commerciale dei programmi, somministrata al grido di «la gente lo vuole».
Un picco della televisione italiana che non si è più ripetuto, testimonianza lontana di una cerimonia mediatica che fa risaltare la latitanza del servizio pubblico, sottolineata con rabbia da Freccero, ospite di Ottoemezzo. Proprio mentre lo spettacolo dei piani alti di viale Mazzini offre l'ennesima bagarre, questa volta alimentata dai partiti del centrodestra che tentano di azzoppare definitivamente il cavallo grazie ai consiglieri di Forza Italia e Udc, che agitano le dimissioni pur di ostacolare un nuovo piano editoriale.
Se la Rai avesse offerto “I Sergente” in prima serata, lo share non si sarebbe fermato al pur lusinghiero 6 per cento, avrebbe superato i1 20. Così, dopo aver lodato la rete diretta da Antonio Campo Dall'Orto, la domanda non è quanti hanno visto Il Sergente, ma quanti non l'hanno potuto vedere.

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