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Il manifesto – L’arte dell’attore, un sorriso contro il pendolo del potere

In scena/«ITIS GALILEO», MARCO PAOLINI RACCONTA IL GENIO

Bella sorpresa anche per chi Marco Paolini segue e ama da sempre: il suo nuovo spettacolo Itis Galileo (all'Argentina fino a domenica 30, poi in tournée) offre tutte le garanzie dei suoi racconti migliori, ma in più porta una dote di strumenti più squisitamente «teatrali», capaci di creare un rapporto col pubblico irresistibile quanto da godere. L'attore mantiene intatta, forse anche accresciuta dall'esperienza, quella sua capacità di coinvolgere chi lo ascolta nei nodi centrali della nostra vita civile: i suoi racconti a partire dal mitico Vajont (e certo anche quello su Ustica, quello su Marghera o sulla Thatcher) hanno creato un vero genere, capace di mobilitare un pubblico immenso e eterogeneo, come ha puntualmente confermato il successo di ogni sua apparizione televisiva.

Ora però c'è una novità consistente. Itis Galileo sembra ricollegarsi nel titolo ai suoi fortunati racconti dell'infanzia e della giovinezza collettiva, gli indimenticabili Album dell'iniziazione alla vita e alla politica. In realtà l'argomento sostanziale dello spettacolo è proprio il grande Galilei, intellettuale e inventore eccelso, che valutò poi di non sfidare fino in fondo l'Inquisizione papale, e la cui vicenda ancora ci riguarda da vicino. Brecht ne fece a metà del secolo scorso l'alfiere della impossibile ribellione alla dittatura religiosa e politica, lasciando che il suo atteggiamento diventasse una sorta di bandiera (auspice Strehler con la sua storica messinscena boicottata dal Vaticano attraverso la politica, e dal parroco milanese che suonava le campane a morto ad ogni rappresentazione al Piccolo).

Paolini conosce il gusto e la sensibilità dominanti oggi, e racconta Galileo con tutto il suo genio e insieme con le sue debolezze, fino al suo piegarsi, vecchio e quasi cieco, alla protervia assassina dell'Inquisizione che pochi anni prima aveva mandato in fumo a Campo de' fiori Giordano Bruno. È molto ricco e articolato il contesto culturale e scientifico di quegli anni (subito all'inizio c'è il Dialogo sui massimi sistemi, dettagliando l'opposizione fondamentale tra Platone e Aristotele), che viene via via aggiornato con le scoperte di Copernico rispetto all'inamovibile sistema tolemaico, e quindi la «concorrenza» a distanza di Keplero rispetto a Galileo, e poi il frutto che dalle scoperte di questi trarrà Newton.

Paolini si rivela insomma il professore che tutti (tranne la Gelmini) vorrebbero avere. Perché alla solidità scientifica del suo «racconto», danno corpo strumenti attoriali che finora egli aveva volutamente tenuto in secondo piano, o quanto meno «a freno». Probabilmente non gradiva se qualche ammiratore sincero gli suggeriva di mettere in scena Goldoni e quella sua società diroccata, quasi potessero inficiare il ruolo di teatrante «serio» e oratore civile che gli si era costruito intorno.

Ora invece, libero e sicuro, Paolini è il primo a divertirsi a dar voce al doge e al senato che governava Venezia, allo stesso modo in cui «interpreta» Urbano VIII Barberini e poi il cardinale Bellarmino. Tutti attraverso di lui acquistano spessore umano, anche se alla fine non possono nascondere i sentimenti meno nobili e la cruenta difesa del proprio potere. Paolini arriva a indossare la maschera della commedia dell'arte, dando vita a uno Zanni insuperabile. Ed è Galileo a Padova con i suoi conti della spesa e le ambizioni di carriera, che poi si trasferiscono nella Firenze granducale, nell'eterno contrasto con la Pisa natìa, fino allo scontro finale con l'intransigenza dei domenicani. Conquista il pubblico, anche quello della platea dell'Argentina, che volentieri si lascia coinvolgere e si adegua a salire sul palco, e recitare la propria parte.

Il testo, che Paolini ha scritto con Francesco Niccolini, si distende e colpisce in una scenografia che pur semplicissima, ha una bella articolazione. A cominciare dal pendolo atomico che gravita a centro scena, fino agli oggetti, le scritte e le citazioni che ogni momento si animano per poi tornare discretamente immobili. Qua e là, senza trionfalismi né retorica, fanno capolino le similitudini e le stoccate sull'oggi, ma è tutto il racconto alla fine della serata ad averti coinvolto. Le debolezze e gli umanissimi opportunismi del genio di Galileo possono diventare il filtro per leggere l'intera realtà attorno a noi. Assieme all'ammirazione e alla gratitudine per Marco Paolini che senza illusioni, al massimo con un sorriso crudele, ce l'ha saputa riccamente raccontare. E che andrebbe messo in programma in tutte le scuole (dove Paolini l'ha fatto nascere).

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