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Il Manifesto (Palco) – Carissimi anni ’70 …

In scena al teatro Verdi di Milano l'ultima tappa di un viaggio a ritroso nella memoria, fra oggetti di nostalgico modernariato

Come recuperare il rapporto con la propria infanzia, con la propria storia personale? E come comunicare una esperienza collettiva alle altre generazioni? "Attraverso il racconto" risponde Marco Paolini, che in una serie di spettacoli (finora sono tre, diretti da Gabriele Vacis e raccolti sotto il titolo collettivo di "Album") è partito in un viaggio nella memoria individuale e collettiva.

In principio (nel 1987) c'era uno spettacolo per bambini, "Adriatico", ossia la rievocazione di una esilarante vacanza in colonia: siamo nell'anno 1964 e il piccolo Nicola, che sarà anche il protagonista dei successivi "Tiri in porta" (1990) e "Liberi tutti" (1992), ha otto anni. Ma "Adriatico", oltre a divertire i bambini, fa scattare il meccanismo del ricordo nei "grandi", che si riconoscono immediatamente in una avventura lontana nel tempo ma che, evidentemente, consente di rivivere un'esperienza di vita assai diffusa.

Una educazione sentimentale

Tra autobiografia e lessico famigliare, i monologhi dell'"Album" cominciano, dunque, a esplorare una geografia sentimentale dell'infanzia e dell'adolescenza, affettuosa e ironica, in cui vengono ricostruite le varie tappe dell'educazione alla vita, negli anni '60 e '70.

"Adriatico" racconta il primo trauma, quello del distacco della famiglia e della scoperta del mondo e degli altri, sulla spiaggia sabbiosa e nelle camerate della colonia "le Navi" di Cattolica, guidati dalla mai dimenticata 'signorina Susanna'. "Tiri in porta", ambientato tra calcio e calcetto in quello stesso 1964, fa rivivere il piacere del gruppo, della banda. Gli amici sono quelli di sempre: Ciccio Pavan che dimagrirà miracolosamente tra i 13 e i 14 anni, Ennio Mosca che gioca a pallone col cappotto perché ha avuto l'asma da piccolo, l'imbranato Cesarino cocco di maestre e parroci, Gianvittorio l'amico ricco con un po' di puzza sotto il naso ma che non si tira indietro, e l'altro detto il Nano, basso e concreto.

È ancora un mondo dove le diverse classi sociali possono incontrarsi, vivere le stesse esperienze intrecciando eterogenei punti di vista. Con "Liberi tutti" entriamo in un periodo un po' più vago, rivisitato con qualche piccola forzatura cronologica e compreso tra il '69 e il '73: l'epoca delle prime ribellioni e trasgressioni, tra l'esempio dei più grandi e la voglia di esserci.

I programmi di sala dedicano "Adriatico" a "Le petit Nicolas" di René Goscinny; "Tiri in porta" a "I ragazzi della via Paal"; e "Liberi tutti" a "La guerra dei bottoni". Quasi a sottolineare il legame con i fumetti, la letteratura e i film per l'infanzia, in quello che hanno di giocoso e di patetico, di divertente e di tragico. Ma Paolini è veneto: e il suo alter ego Nicola, da un casolare del bellunese, che ancora mantiene i legami con il passato contadino, si trasferirà in un condominio e adotterà uno stile di vita un po' più cittadino, a Treviso.

Così, sul versante letterario, il precedente immediato sembra piuttosto il Meneghello di "Libera nos a malo" (che Paolini aveva a suo tempo adattato per le scene) e di "Bau Sète". In scena, nella capacità di reinventarsi in decine di personaggi, nel giocare tra le diverse parlate, nei ritmi insieme clowneschi e cinematografici, Paolini ricorda invece le capacità mimetiche e gestuali del solitario e multiforme Dario Fo di "Mistero Buffo". La mania archeologico-classificatoria, che spinge a recuperare dall'oblio i giochi, i passatempi, le leccornie e i gadgets del passato rimanda, infine, alle contro-enciclopedie e alle anti-pedagogie di Giampaolo Dossena: perché nei suoi spettacoli hanno un ruolo da protagonista le varie armi improprie dell'infanzia (archi, frecce, piroli, cerbottane…) e soprattutto le figurine dei calciatori e le biglie dei ciclisti (che saranno sostituite pochi mesi dopo dalla galleria dei Sartre, Pasolini, Che Guevara, Bob Dylan, Marcuse e la beat generation …). Non a caso il meccanismo che permette di passare dal livello individuale a quello collettivo è proprio inscritto nell'"Album", totalmente inutile e assolutamente indispensabile, con il suo catalogo di casualità e la sua smania di completezza. Nel ricostruire la propria biografia, nel recuperare un passato oggi silenzioso e forse perduto, si attraversa inevitabilmente un ricchissimo repertorio di oggetti (il mangiadischi, le minicarte, il calcetto …), marche, usi e costumi, sorprendenti culti infantili e crudeli rituali di iniziazione, canzoni sceme e caroselli ancora più scemi.

Doloranti impronte

Su ciascuno di questi oggetti è rimasto un dolore, una felicità, una paura, una scoperta, un feticcio, e si crea immediatamente un'occasione di riconoscimento e di scambio tra scena e platea. Gli spettatori accettano volentieri di farsi prendere all'amo da questi frammenti dimenticati e carichi di emotività. L'infanzia assume così un'aura mitica e il tono del racconto da psicologico si fa epico.

Puntata dopo puntata (ce ne saranno probabilmente altre) gli "Album" stanno costruendo un romanzo teatrale in forma di monologo: per aneddoti e racconti, rivisitano e ricreano i luoghi della memoria, i rapporti famigliari e sociali, le emozioni segrete che hanno accomunato una intera generazione.

All'epoca forse più osservatore che protagonista, più riserva che titolare, Paolini insegue così lo specifico della propria educazione famigliare, sentimentale e teatrale: il gioco è vedere quanto ci sia di condivisibile da chi è venuto prima e da chi è venuto dopo; e quanto invece è peculiare a chi è cresciuto in quegli anni, in quella Italia.

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