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Il Manifesto – Radici nel vuoto

Ha suscitato vasta eco sui giornali del Nordest e si è riverberato anche nei commenti politici il grande successo di folla incontrato da uno spettacolo teatrale-musicale tenuto nei giorni scorsi al Palaverde di Villorba (Treviso). Cinquemila persone dentro, stipatissime, altre duemila fuori, a premere per entrare, per seguire «Radici», uno spettacolo sulla storia del Nordest, del Veneto in particolare, che incomincia dalla miseria antica (neanche tanto), continua con la nostra emigrazione e arriva al «miracolo economico» di questi anni, tra luci ombre e spaesamenti conseguenti. Lo hanno allestito Marco Paolini, che ne interpreta i testi, Gian Antonio Stella (con materiali dalle sue recenti inchieste sulla realtà locale e sull'emigrazione di «quando gli albanesi eravamo noi»), con canzoni e musiche di Gualtiero Bertelli, antica e ancor vitale gloria del canzoniere popolare, insieme a due grandi musicisti, il violoncellista Mario Brunello e il chitarrista Tolo Marton.

Spettacolo straordinario, insomma. Ma ugualmente stupisce lo stupore per il successo conseguito. E' da alcuni anni ormai che questi valorosi artisti e intellettuali lavorano su questi motivi con analogo successo, seminando soprattutto tra le giovani generazioni una nuova e limpida sensibilità verso la storia sociale e i percorsi culturali di queste terre. Semmai, la gran folla dell'altra sera rappresenta l'emersione ormai dirompente di questa sensibilità. Ma sono appunto anni che i monologhi di Paolini, e le performances degli altri suoi compagni di viaggio, raccolgono grande partecipazione, e non solo quando si misurano direttamente con l'attualità (come un paio di mesi fa, a Marghera, quando diecimila persone in piazza hanno seguito Paolini che raccontava Bhopal) ma anche quando scavano nelle vicende culturali più profonde.

In realtà questa ricerca colma un vuoto, che la stessa politica della sinistra e delle altre forze democratiche non ha saputo affrontare, lasciando campo libero alla Lega che ha così potuto ergersi a paladina della lingua e della cultura locale, per non dire, ora che vuole bloccare il proliferare dei capannoni, del paesaggio. In realtà la Lega - il suo ceto politico e il suo elettorato - è in genere del tutto complice dei processi che hanno portato a svendere il patrimonio ambientale, paesaggistico e storico-culturale locale, e non si salverà l'anima con qualche improbabile festival folk o qualche cartello bilingue.

Ma quel vuoto c'è stato, e perdura, anche se, nel tempo, sono state e sono ancora grandi figure della cultura democratica e di sinistra a difendere lingue e culture locali: da Biagio Marin a Umberto Saba a Pasolini, da Pascutto a Calzavara, da Rigoni Stern a Camon, da Andrea Zanzotto a Luigi Meneghello. A, oggi, Marco Paolini e gli altri, e altri ancora, che non si sono stancati di tessere il filo delle lingue e delle culture, voci del paesaggio e dell'anima. Questo lavoro sta dando buoni frutti. E in tanti, finalmente, cominciano a rendersene conto.

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