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Il Manifesto (Spettacoli a Roma) – Quando la cronaca si intreccia ai ricordi

Al Teatro Colosseo va in scena “Il Racconto del Vajont”

Come può un semplice racconto, un racconto che una persona fa ad un gruppo di persone, diventare teatro? E che teatro? E perché un fatto di cronaca, della nostra recente storia, può riassumere un’esperienza scenica importante?
Questi interrogativi sorgono inevitabilmente dopo aver assistito a “Il racconto del Vajont”, di Marco Paolini e Gabriele Vacis, al Teatro Colosseo per il Festival d’Autunno. Vedete, in questo caso torniamo ad uno dei principi della scena: l’esperienza individuale che si fa collettiva. Marco Paolini, che ha raccolto notizie instancabilmente su una tragedia italiana, ha la consapevolezza di farsi voce di tutti noi. Non interessa più da quale punto di vista sia partito: l’attore è improvvisamente il sacerdote che, come in un’omelia, ci ricorda la giustizia e il rispetto che l’uomo deve avere per l’altro uomo.
Il racconto, come deve essere, è tutto scritto, nei fatti e nella stesura drammaturgica, e questo dà ancora più forza al gusto dell’improvvisazione. I dati, tanti numeri, disegni alla lavagna, grafici, confermano le tracce di miseria che hanno pesi e misure. Il narratore coniuga la cronaca col ricordo personale. Sì: pensiamo tranquillamente all’oratoria. Facciamoci venire in mente lo schema del processo, teatro per eccellenza, e capiremo ancor più il fascino di questo episodio drammaturgico.
Il pubblico è costretto a tornare indietro, nelle personali, magari sfocate, memorie. Le deve ricomporre per consegnarsi alla “presenza comune”, a quella cioè del vicino che fa lo stesso percorso mentale. Paolini, assolutamente straordinario, ha capito che il tragico lievita nelle situazioni assurde. E quelle situazioni sono inseguite fino allo spasimo, fino a ricavarne una sacca inevitabile di comicità. Pensate, si ride durante il procedere del racconto; si ride sull’insensatezza, sulla malattia degli interessi economici, sull’impossibilità di rivolta cui i deboli sono costretti. Anche Chaplin, a suo tempo, ci aveva insegnato che riso e pianto si mescolano nella vita, e non possono essere divisi. Grido e umorismo: due volti della medesima medaglia.
Marco Paolini, sulle tracce di un libro, di Tina Merlin, giornalista che fino alla sua morte cercò eroicamente la verità, ci indica il valore della passione. La passione di non perdere mai la dignità, la passione di credere nelle cose degli uomini, nei valori, la passione del rispetto e dell’amore. Dopo aver seguito le tappe, data su data, pratica su pratica, che portano alla costruzione della diga del Vajont, alla tragedia di quell’ottobre del ’63, siamo indotti ad una riflessione profondamente umana. Ci aiuta l’immagine di un bambino di seconda elementare che vede piangere la madre, una mattina, prima di andare a scuola. Ma ci aiutano anche tante altre annotazioni: quelle sulla bellezza della montagna, quelle sulla vita e i costumi di una gente ai margini della grande storia, quelle su un treno dove il libro di un giornalista qualsiasi spinge alla verità.
Tutto, in questo racconto di alta teatralità, si fa solenne. Tutto si insinua nei recessi dell’anima. La lunga veglia, ché di questo si tratta, è durata quasi tre ore. Non abbiamo sentito il peso del tempo trascorso; sentiamo invece il peso di quello che è accaduto. Il teatro, dunque, è uno strumento di rapporto col sociale così importante? Rispondendo affermativamente, come si deve, dobbiamo ringraziare Paolini, e con lui il suo gruppo, per averci dato il gusto di una comunicazione che non teme i media. Li sfida, anzi. Come quella donna che, pur di difendere il suo bisogno di giustizia, ha costretto l’Enel a dirottare i pali della luce fuori dal suo campo.

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