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Il mattino di Padova – Con occhi di bambino Paolini sfoglia l’album del futuro

Debutto a Mogliano per il nuovo lavoro “Numero primo” Racconta un mondo che sta perdendo i valori essenziali

MOGLIANO VENETO. Dai tempi di Vajont il modo di lavorare di Marco Paolini non è cambiato. Quando un testo comincia a prendere forma si va in scena per testarlo, per tagliarlo, per smontarlo e rimontarlo fino a che non diventa una macchina perfettamente funzionante. E così la prima di venerdì sera a Mogliano, in apertura di stagione del Teatro Busan, di “Numero primo” è la prima tappa di uno spettacolo in evoluzione, che soltanto tra qualche mese avrà forma definitiva. E tuttavia le due ore di monologo scorrono già veloci, anche se alcuni brani sono per metà letti e per metà recitati. Non ha torto Marco Paolini a dire che questa versione “sporca” ha una autenticità che forse la levigatezza del prodotto finito non potrà conservare.

Sulla carta “Numero primo” è un album, appartiene cioè a quella serie di spettacoli fatti di frammenti di vita di un personaggio, Nicola, che da “Adriatico” a “I miserabili” racconta 40 anni di storia italiana. Autobiografia e biografia di una generazione, gli album sono la forma narrativa originaria di Paolini e anche quella a cui di tanto in tanto ritorna.

Il fatto è che “Numero primo” è un album molto diverso da tutti gli altri, anzi la sensazione è che sia partito come un album, ma stia diventando invece una storia, un racconto di fantascienza, almeno per certi versi, costituendo quindi una assoluta novità nella produzione di Paolini. Non che ci siano effetti speciali, la scena è come al solito spoglia e non ha nulla di più di qualche oggetto (una capra di latta, un pezzo di giostra) che rimanda alle storie raccontate. Tuttavia invece che guardare al passato come gli album, guarda innegabilmente al futuro: se si vuole un futuro prossimo, in cui le tracce dell’oggi sono ancora pienamente riconoscibili, ma che la tecnologia ha reso insieme più facile e più difficile da abitare.

Più facile perché molte più cose sono disponibili, ma hanno tutte una dimensione ludica che le fa apparire inessenziali. E nello stesso tempo l’essenziale è entrato in crisi, pone dilemmi etici nuovi di fronte a sentimenti antichi. Non è uno spettacolo apocalittico, “Numero primo”, ma certo accanto alla nota comica, che non manca, ha una fortissima tensione drammatica, anche perché gioca su un sentimento primario come quello della paternità.

L’io narrante non è più Nicola, ma Ettore, e il protagonista è un bambino di 5 anni, “Numero primo”, dai tratti teneri e inquietanti. La struttura è ad episodi, ma se forse sono nati separati, ora tendono a unirsi fino a diventare un unico racconto di un rapporto padre-figlio in un mondo tecnologicamente più avanzato del nostro, socialmente più confuso, umanamente più fragile.

Si potrebbero citare il cinema di Spike Jonze o come ha scritto qualcuno i libri di Houllebecq per la dimensione da fantascienza soft ed etica, ma la scrittura di Paolini è sempre molto personale, stabilisce una confidenza con lo spettatore difficilmente replicabile anche quando, come in questo caso, parla della tangenziale di Mestre trasformata in spazio ipertecnologico pieno di ologrammi e stampanti 3D che replicano il mondo in scala e lo trasformano in giocattolo.

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