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Il Messaggero Veneto – Paolini, il solito incanto fra sacro e profano per raccontare il genio

Esordio singolare della stagione del Rossetti. Con l’Itis Galileo di Marco Paolini si evita il tradizionale omaggio ai classici, seppur paludati in cornici rinnovate. Lo spettacolo, di cui Paolini è attore ed autore (con Francesco Niccolini), presentato come meditazione e descrizione della figura di Galilei, uomo e scienziato, parte non smentendo la misura della “Lesson”, pur venata da una patina umoresca. Il clima della recitazione è dunque quello caro al costume del racconto dell’affabulatore sul palco: si porta innanzi con rigore ben documentato la vicenda di Galilei, squarciando quel tessuto storico per umanizzarlo tuttavia spesso con il ricorso al vernacolo veneto. È una risorsa che l’attore sente indubbiamente necessaria per alleviare il “tormentone” della narrazione storica: i ripetuti “a parte”, commenti dell’oggi alla vicenda del passato o addirittura gags, inventate “alle spalle” di figure protagonista tra il Cinque ed il Seicento. D’altronde l’immagine dello scienziato, che ci è stata restituita dalla documentazione in nostro possesso, lo descrive personaggio in anticipo sui tempi e non solamente per l’invenzione del genio, ma anche per aver interpretato una stagione storica gravida di grandi mutamenti, a partire dalla Riforma, assommando nel suo personaggio capacità scientifiche e furbizia mercantile. Non per nulla Paolini chiama in causa Shakespeare, Molière ed altri protagonisti, Tiho Brache, Keplero, papi e cardinali, che costellano il tempo di Galilei, per dare lustro alla stagione.

Tanto per farci intendere che Galilei era una vera “mina vagante”, destinato a salvarsi probabilmente dal rogo (sorte che toccò a Giordano Bruno) unicamente per la vasta fama raggiunta in tutte le corti europee. Ed è proprio una gigantesca mina, che ondeggia sul palco, a sottolineare l’atmosfera, che accompagna le persecuzioni, orchestrate dalla curia romana, sino a ridurre al silenzio lo scienziato settantenne ormai cieco. Lo spettacolo quindi avvince, è seguito con attenzione, diverte per le battute anche fuori registro dell’attore. Di particolare effetto, efficace a perenne testimonianza dell’ancor incidenza significativa del “teatro degli zanni” cioè delle maschere della commedia dell’arte, la versione buffa in dialetto veneziano di un brano (quello sulla “stima”) del “Dialogo” galileiano, su cui si puntavano gli strali di madre chiesa.

Per Paolini non resta da dire che è come sempre impeccabile, proprio per la sua capacità di dosare il sacro ed il profano. Il pubblico (tantissima gente) applaude spesso e volentieri. Si replica sino a domenica.

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