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Il Padova – Attraverso il mio cinema i mille volti di Padova

Regista, organizzatore di attività didattiche e culturali legate al cinema, direttore artistico di Euganea Movie Movement, il festival internazionale del cortometraggio e del documentario che si svolge ogni anno a Monselice e sui colli Euganei, infine assistente alla regia nell'ultimo film di Carlo Mazzacurati La giusta distanza. A soli 34 anni, Marco Segato ne ha fatta di strada.
Corna nasce la sua passione per il cinema?
Dopo essermi iscritto alla Facoltà dì Lettere, ho cominciato a realiz¬zare i miei primi documentari all'interno del corso di Storia del cinema col professor Brunetta. In realtà si trattava di video-saggi come per esempio “Padova in celluloide” e “La voce del silenzio”, che sono stati poi presentati anche al Festival di Torino. Poi, prima di fare la regia, ho cominciato de¬dicarmi all'aspetto organizzativo.
Una volta laureato sono andato a Milano dove ho frequentato un corso di documentario alla Scuola Civica di Cinema. Lì ho conosciuto molta gente ed insieme abbiamo girato “Rumore bianco”, un documentario con il quale siamo stati in vari festival. Dopodiché nel 2004 ho fatto “Col cielo di questa città”, un progetto finanziato dalla Regione veneta e da Videopolis, su tre poeti padovani che raccontano la propria città.
Lo scorso anno il tuo documentario dal titolo Preventorio ha avuto la menzione speciale della giuria dell'ottava edizione di Videopolis, rassegna che si svolge a Padova. La motivazione è stata "per l'attenta ed affettuosa sensibilità con cui rievoca un mondo scomparso ma liricamente rivissuto: pieno di umana dedizione". Che effetto le ha fatto?
Mi ha fatto davvero molto piacere. II documentario nasce da un'idea dell'Ulss 17 di Monselice della Provincia di Padova. Il Preventorio era un istituto nato nel 1935, che ospitava i bambini i cui genitori erano ammalati di tubercolosi. La cosa interessante è che, negli ultimi vent'anni, la struttura è rimasta pressoché immatura. Sono stati addirittura ritrovati alcuni album di fotografie degli anni '30 da cui poi ho potuto pren¬dere numerosi spunti per il mio lavoro.
Come nasce un cortometraggio? E' un'esigenza che le viene "da dentro" o dall'osservazione della realtà che la circonda?
Diciamo pure che si natta di una via di mezzo. Nel senso che alcuni lavori vengono fatti perché qualcuno te li propone, come nel caso “Preventorio” o ancora di “Luce di settembre”. Quest'ultimo è un altro progetto importante sulla memoria e sui sogni della memoria disseminati sul territorio, che è partito dal monumento all'11 settembre, realizzato a Padova nel 2005 dal famoso architetto Daniel Libeskind. Abbiamo intervistato il fotografo che ha portato la trave in Veneto. Lo stesso Libeskind e per fine maggio dovrebbe essere pronto. Quindi, come dicevo, a volte sono proposte che vengono dall'esterno "su commissione", ma che ti lasciano comunque la libertà di fare un lavoro personale.
Nel caso di Via Anelli invece?
Nel caso del documentario su via Anelli, l'esigenza partiva proprio da me. Volevo rompere il muro che si era venuto a creare. Riuscire a comunicare in modo diverso, entrando e seguendo la normalità della vita di tutti i giorni: di chi abita nelle palazzine del complesso Serenissima.
Da quanto tempo stai lavorando e quando sarà pronto?
Lidea p nata due anni fa. Io avevo già fatto “Workers”, un documentario sulle prime lotte sindacali degli immigrati padovani. Poi ho presentato il progetto su via Anelli che è stato finanziato dal Comune. Grazie anche all'aiuto di Marco Paolini che con la sua casa di produzione, la Jolefilm, ha finanziato il tutto, il lavoro dovrebbe essere pronto dopo l'ultimo sgombero che, dicono, sarà entro la fine dell'estate.
Rispetto all'Europa, in Italia c'è più o meno interesse nel confronti del cinema indipendente?
Sicuramente minore, C'è un dislivello enorme. E il motivo è semplice, all'estero innanzi tutto cé più tradizione a livello di scuole di cinema. Inoltre, prendiamo il caso della Francia, ci sono reti pubbliche e private che finanziano i lavori in maniera consistente, In Italia è difficile avere un partner, non c’è circuito, non c'è mercato. Per fortuna ci sono i festival, che però non sono urici distribuzione, con un risvolto economico, ma solo una vetrina.

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