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IL PADOVA – IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Ha compiuto gli anni pochi giorni fa, Andrea Zanzotto. Ottantacinque candeline spente il 10 ottobre scorso e cinquant'anni di ricerca costante, faticosa, appassionata. Ieri a Pieve di Soligo (TV) si è aperto il convegno omaggio che ne celebra la grandezza e che si concluderà oggi alla Fondazione Cini di Ve¬nezia. La cronaca della prima giornata sulle colline trevigiane include anche il protagonista: al Cinema Teatro Careni tutti lo aspettano. Zanzotto si presenta nel primo pomeriggio, per aprire la seconda parte di interventi di studiosi e professori (in verità tutte donne), che sul suo pensiero e le sue parole concentrano riflessioni rivelatrici dei significati più nascosti della sua opera.

ENTRA DAL FONDO del palcoscenico con passo lento, il pubblico in sala si alza in piedi. Un lungo applauso come benvenuto. «Nei limiti della debolezza della mia voce e delle remore dell'età, sono molto lieto di questo incontro», esordisce "il festeggiato". «Ho lavorato sempre sulla spinta di quella che una volta si chiamava ispirazione, e che oggi forse si chiama anche con altri nomi. A me sembra un sostantivo un po' presuntuoso perchè l'ispirazione sembra alludere alla presenza degli dei. Allora io definisco questa mia
tendenza, che ho sempre sentito, basandomi sulle mie esperienze di bambino quando mia nonna mi leggeva Il Corriere dei Piccoli con le storie del Signor Bonaventura. Ancora adesso se penso al passato vorrei ritrovare quel tipo di felicità che mi prendeva quando riuscivo a mettere in rima due parole, quando ricercavo l'armonia nascosta della parola stessa. E’ poesia non appena uno crede che questa può davvero esistere». Andrea Zanzotto parla dei suoni bellissimi dei versi di D'Annunzio, dei libri che riceve ancora oggi quasi quotidianamente per posta da giovani autori, della nonna che caldeggiava la sua passione e di quel suo istinto, quella fiamma incontenibile verso la scrittura. Poeta e custode del paesaggio veneto, della memoria di una terra e delle sue sofferte trasformazioni; testimone delle esplosioni e implosioni di un mondo diventato cannibale, troppo veloce e troppo spietato, ormai esclusivamente impegnato nella corsa verso il futuro e da questo inghiottito. Zanzotto è padre di sentimenti antichissimi e di uno stupore febbrile che è ebbrezza dell'esistere. Ma è anche doloroso cantore della "contemporaneità" di un paesaggio sfregiato, sconvolto, vittima innocente del cancro del cemento e dell'incuria. Una natura che ostinatamente resiste. Restano la neve, le luci e l'acqua salvifica
«elemento primordiale che nel suo senso di fluire toglie staticità», come sottolineava lo stesso Zanzotto nei Ritratti di Marco Paolini e Carlo Mazzacurati, libro e video del 2001 in cui il poeta tracciava i contorni del suo "immenso universo quotidiano", fatto anche e soprattutto di lunghe passeggiate a Pieve di Soligo, per «visitare l'erba nel tal posto, i ranuncoli nell'altro... insomma tutti i miei ascoltatori», diceva. Il suo orto, per cui ha spesso recitato all'aperto. Allora ecco i topinambùr, i papaveri e le bacche rosse e le parole affettuose verso il paesaggio "privato" dei colli. E poi c'è Venezia, forse (come recita il titolo di un testo in prosa del 1976; anno della collaborazione al Casanova di Fellini e della stesura di Filò), con la sua «elastica instabilità». Venessia, Venissa, Ve¬nùsia, Venùlula, Venòca, Venàga: la laguna ha tanti nomi, «emerge e sprofonda, appare e si sottrae, è scrittura che indaga la propria articolazione è indecidibile, precaria, a rischio co¬me il linguaggio, che va ogni volta rifondato, ricondotto a un magma di brusii informi» (dall'intervento di Niva Lorenzini dell'università di Bologna). «Tacerla, al massimo, Venezia per entrarvi», scriveva nel '76 quello stesso Zanzotto che ora al Teatro Careni conclude il suo intervento per la «poca voce». Ma in sala le sue parole si sono udite chiare e ancora forti

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