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Il Piccolo – Paolini, litanie profane nell’orto

"Dicono che con le parole non si possa fare tutto: io ci provo"

TEATRO Nell'eremo di Corte Tuzzato, nel Veneto, l'autore-attore sta provando il suo ultimo spettacolo

VENEZIA - Le luci di un jumbo che scende lento verso Venezia e silenzia per un attimo i grilli nella campagna. Candele e zanzare, sax e contrabbasso, Luna e laguna. 'Din dòn dòn, le campane de Masòn. Le sonava tanto forte, le bateva zo le porte'. La brezza diventa filastrocca, la filastrocca diventa musica e la musica chiama altre parole, le sveglia, le rapisce al segreto dei campi e dei villaggi, le incanta e le raduna in altre filastrocche. Grumi, orti di parole - quelle magiche di Luigi Meneghello - che disegnano i microcosmi e le anime del profondo Veneto.

È in questa atmosfera sospesa - nell'eremo di Corte Tuzzato, là dove la Riviera del Brenta muore nella Laguna - che Marco Paolini costruisce pezzo per pezzo il suo nuovo spettacolo germogliato da "Bestiario veneto: L'orto", che a fine settembre esordirà all'Olimpico di Vicenza. Qualche mese fa, nel "Milione", il lungo monologo dedicato a Venezia, Paolini aveva ripetuto: "Ti cos'te fa? Mi speto". Quella frase era sembrata la promessa di una nuova andatura, più lenta, della sua "discoverta" del territorio.

Promessa infranta: già allora l'inquieto bellunese di "Vajont" preparava "Bestiario" e già in "Bestiario" germinava "L'orto". Cresceva e cresce un nuovo Paolini: inquieto, febbrile, insonne, eruttivo, instancabile. Non più veneziano, diresti, ma veneto: sgobbone quasi come il Nordest delle sue satire. Un Paolini che va di fretta, perseguitato dall'incantamento delle parole, dalle voci di un Veneto minore che vanno catturate subito, prima che il silenzio le inghiotta, prima che il Veneto stesso scompaia, distrutto dalla febbre da capannone.

'Din dòn dòn; ma le porte le xe de fero, volta la carta ghe xe un capelo'. E così, rispetto a "Bestiario", dove l'attualità, l'interpretazione e il nomadismo della ricerca si sposano con le voci del passato e della letteratura locale, qui prevalgono decisamente queste ultime. In primo piano è la lettura di Meneghello, un viaggio nel Veneto del fascismo, del conflitto mondiale, dell'8 settembre e del dopoguerra. Un mondo - quello dell'autore di "Libera nos a malo" e di "Piccoli maestri" - che nel racconto di trent'anni fa già conteneva in embrione il "boom", le trasformazioni del Veneto attuale, la sua genialità e la sua follia produttiva.

Il microcosmo de "L'orto" è quello dell'Alto Vicentino: Malo, Schio, Thiene. È il luogo dove Dio fa il pediluvio, perché la pianura forma come un piccolo catino sotto il Pasubio e i monti azzurrini (Veneto vuol dire "azzurro"…). Un luogo, anche, dove da sempre si lavora duro; solo che ieri era "Dio patria e famiglia", oggi è "Io, paga e famiglia". Ieri la miseria, oggi il conto in banca: "Una volta se magnava drento e se cagava fora. Oggi se caga drento e, se se pol, se magna fora. Non esiste - commenta l'attore - espressione più folgorante della modernità".

Per capire la trasformazione, oggi come ieri, basta fermarsi in un orto e guardare. Non occorre muoversi: qui tutto cresce sul posto, come in una foresta pluviale, capannoni e zucche, rampicanti e concessionarie. Tutto è cambiato, eppure il mondo è ancora diviso tra "noi altri" e "i foresti"; un modo antichissimo per segnare il perimetro della normalità e dell'appartenenza al gruppo. Una distinzione che ogni valle, ogni campanile sillaba in modo diverso: "noi altri, nialtri, naltri, noaltri". Da qui la domanda primordiale e le sue infinite, pittoresche varianti. "Ciò, 'ndove 'l xé che 'l xé da 'ndove? Ma da 'ndove si tu, ciò? Da 'ndé che 'l vien, ciò? Da dove ti vien, ciò?"

I veneti pare, si tastano con la lingua. Paolini, montanaro inurbato a Treviso, se lo ricorda bene. Un giorno a scuola chiese: "Maestra, devo far pissìn", e tutta la classe lo travolse con una risata di dileggio. Accadde perché a Treviso i "putei" chiedevano, assai più grossolanamente: "Maestraaaa! pissare!". Le parole sono vive. "Uccellino" è una cosa meccanica con l'occhio vitreo. "Oseleto" ha le piume, le gonfia, ha il saltellare frenetico, canta. Conclusione: "L'Italia dovrebbe essere una federazione di oseleti", un'alleanza di diversità.

"Dicono che con le parole non si possa fare tutto; io ci provo", dice Paolini. E racconta una delle folli storie di Meneghello, quella di un ragazzino che con i compagni di classe scommette di infilzare 350 bestemmie e ci riesce senza fatica. È una sfida al vocabolario, una lauda, una litania profana che alla fine diventa un Credo nell'onnipresenza del Creatore. Un viaggio incredibile dai letamai agli insetti, dalle pantegane alle carbonazze che si avvinghiano alle gambe delle contadine, dai microbi ai pachidermi, dai licheni al mondo minerale e che alla fine trova quale ultimo, supremo epiteto, la semplice ripetizione del nome di Dio.

Folgorante il racconto meneghelliano dell'8 settembre, che a Vicenza è anche il giorno della Madonna locale e della festa popolare al Campo Marzio. Nel '43 fu anche il giorno di un bombardamento alleato che colse tutti di sorpresa, anche il contadino Jijo Vaca (leggi "Luigi Mucca") che venne dimenticato sulla giostra dei calcinculo appena messa in moto. Roteò in solitudine per due ore di fila nel paese desertificato, tra le schegge che volavano da tutte le parti, finché alla fine tornò il giostraio e volle fargli pagare il conto.

Da allora, commenta Paolini in una frase che è un po' la chiave interpretativa del racconto, viviamo un eterno "day after" dell'8 settembre. Rimosso il fascismo, non si è rimessa a posto la nostra coscienza. Nonostante i partigiani, nonostante i "piccoli maestri" che sull'altopiano di Asiago ci insegnarono la libertà, da allora giochiamo a rimpiattino con noi stessi. "Chi ga vù, ga vù, ga vù; chi ga dà, ga dà, ga dà", l'adagio partenopeo diventa veneto, accomuna il Paese intero nella grande amnesia, la chitarra chiama la marimba e le percussioni, una tarantella si infiltra nel ritmo della filastrocca e la possiede nel cuore della Laguna.

'Libera nos dal luame, Signore'. Non è facile affrontare un'opera linguisticamente e architettonicamente perfetta come quella di Meneghello. Per timore reverenziale, si rischia di limitarsi a un bricolage, a un'antologia filologica. Paolini va oltre, non fa un semplice assemblaggio di "teatrini", costruisce un ponte tra quel mondo e il presente. Un lavoro difficile, ancora in fieri, reso ancor più difficile dalla sede della Prima: il Teatro Olimpico, un luogo che respinge tutto ciò che non sia canonicamente tragedia. E dove la vicentinità va giocata a suo modo. Con leggerezza.

Il club dei puristi storcerà il naso, ma mai come oggi c'è bisogno di porgere quei "piccoli maestri" di allora, di rileggere testimoni di un'epoca come Meneghello e di attualizzarli. Siamo troppo circondati di negatività, di imbecillità. C'è bisogno di pedagogia, di scuola; "una cosa troppo seria per essere presa sotto gamba". I giovani chiedono di sentirsi parte di una storia, e quindi di ascoltare storie. Ed ecco che la fretta di Paolini, la sua insonnia creativa, nasce anche da qui. Dall'urgenza civile di catturare la memoria.

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