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Il Piccolo (Spettacoli) – Paolini naviga sull’onda delle voci

Omaggio a Trieste con incursioni nelle opere della Pittoni e di Cergoly

Il suo ultimo spettacolo, "Bestiario Veneto - Parole mate", fino a domenica al Politeama Rossetti

TRIESTE - Lo scorso anno, Marco Paolini ci aveva lasciati con una rivelazione: "Il percorso in linea retta non è sempre il modo migliore per spostarsi da un punto all'altro…". Lo aveva scoperto ne "Il Milione", quando - alle prese con la difficile arte della "staìa" - aveva deciso di proseguire il suo viaggio nella laguna-mondo assecondando lo strano andamento circolare, dovuto alla remata incerta. Fedele a tale intuizione, eccolo continuare a evitare rettilinei, velocità e direzioni scontate in "Bestiario veneto - Parole mate", spettacolo di cui è ideatore, regista e interprete, in cartellone al Politeama Rossetti fino a domenica. Teatro-racconto e teatro-poesia, teatro-canzone e teatro politico, ma soprattutto "teatro odeporico", quello di Paolini, che si muove senza un forte filo di continuità, tra brandelli d'identità e devastazioni della modernità, fra voci eternamente significanti di poeti e omologazione.

Un teatro che assume a punto di partenza una carta geografica - il colorato fondale dell'essenziale scenografia - e una poesia di Zanzotto (e ad esse ritorna nel finale), ma che approfondisce e indugia sui particolari: le storie, i personaggi veri, che - nelle belle caratterizzazioni dell'attore - si stagliano come preziosi cammei sullo sfondo del paesaggio (mai dell'impersonale panorama) del Veneto. È proprio questo Veneto la meta di Marco Paolini, una terra da capire: "Era povera, depressa - dice - ed è cambiata. Ho visto il cambiamento, ma non l'ho sentito raccontare bene".

Ci prova egli stesso, e guidato dal proprio istinto di bellunese trapiantato a Treviso, esplora quel Nord-Est di campanili, villette, capannoni e campi di soia, compreso fra la "galassia pedemontana" e la "laguna mondo". Lo fa con l'intelligenza di chi rifugge la retorica, con la lucidità di chi non cerca "l'Arcadia" nel passato, ma le radici su cui si regge un presente, che non può ridurre a sfilata d'insegne e industrie (i paradisi iperproduttivi di Benetton, Zanussi, De Longhi) una terra la cui opulenza esteriore rischia d'oscurare un valore irrinunciabile: quello dell'autenticità, della razza, delle "eus". A queste - le voci che il poeta Marco Corona gli ha insegnato a distinguere oltre il logorroico silenzio della nostra realtà - Paolini ricorre per il suo racconto: le sente nelle pagine e nel dialetto di Giacomo Noventa, Andrea Zanzotto, Ernesto Calzavara, Biagio Marin, Romano Pascutto, del friulano Federico Tavan, e - omaggio a quell'anomala appendice del Veneto che è Trieste - nelle opere della Pittoni e di Cergoly. Le restituisce al pubblico, sfidando - con la consueta sensibilità e innovazione - i canoni classici dello spettacolo di monologo o del recital poetico: le interrompe, le alterna ai propri pensieri, le intreccia a divertenti aneddoti, e soprattutto - novità del "Bestiario veneto", che in nuce s'annunciava già ne "Il Milione" - le intesse di musica. Un commento sonoro quasi continuo, che dà a tale patrimonio poetico ritmo vitalissimo e contagioso, in uno sforzo di "divulgazione" e conoscenza in cui - spiega lo stesso Paolini nella spiritosa "giustificazione" finale - risiede un importante scopo dello spettacolo.

Quella realizzata dal vivo, dai bravi Fabio Furlan, Stefano Olivan, Lorenzo Pignattari, Leonardo D'Angilla, che dividono il palcoscenico con l'attore, non è però musica che pacifichi: è più facile essere cullati dalla cadenza veneta dei racconti. La musica infatti ha a tratti il sapore del song brechtiano: scuote, accompagna e sottolinea il canto del fiume travolgente di "parole mate" con ritmi variabili dall'etnico (se si parla delle "aliene" passeggiatrici della Pontebbana), al brasiliano (per la bellissima "La casa xè voda" di Calzavara), alla ballata che descrive l'aspetto disorientante della provincia veneta.

E se nel salvarci dallo spaesamento hanno gran ruolo i poeti, che come marziani (Paolini avvicina Marin a "Blade Runner"!) ci aprono gli occhi su aspetti "umani" della realtà (le bestie di Noventa, le vecchiette di Zanzotto, il "Can" di Calzavara), notevole è anche la portata di ironia e lucidità dei racconti.

Si sorride dell'assurda segnaletica stradale e del senso d'appartenenza dei veneti, registrati da Paolo Rumiz in "Secessione leggera", come pure delle "opere di misericordia" nell'omaggio a Meneghello, mentre si guarda con disincanto e tenerezza dal "deltaplano trebbiatrice" un Veneto popolato da ricordi di guerra, fiumi rossi di vino al metanolo, novelli Di Caprio in prua ai vaporetti e da qualche commando serenissimo intento a nuove imprese.

Una quantità enorme d'appunti, cui l'attore riesce - non senza fatica e senza risparmiarsi - a dar forma, per raccontare una terra e la sua gente, per farci sentire "parte d'una storia": attraverso un patrimonio di parole piene d'anima, cui Paolini restituisce il vigore espressivo d'un gesto teatrale.

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