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Il Piccolo – Tocca agli attori mettersi a insegnare

“Com’è la notte?” domanda il Galileo di Bertolt Brecht. “Chiara” risponde la figlia Virginia.

E lo scienziato torna a immergersi nelle sue carte clandestine, al lume della luna. Oggi che le notti sono raramente chiare, e la scienza non è oggetto di censura, ma di mercato, occuparsi di Galileo Galilei ha senso.

Ha un senso raccontarlo alle giovani più giovani, native digitali, ragazzi a cui bastano pochi “boatos” in rete, per illudersi che quella sia la verità. Ci vuole invece qualcuno che continui a spiegare loro che solo con la diretta esperienza, solo guardare dentro il cannocchiale, solo “provando e riprovando”, si accede a qualcosa che assomiglia a una legge scientifica, o a una verità. E anche quella abbastanza relativa.

Per questo Marco Paolini ha intitolato il suo spettacolo “Itis Galieo”. Itis, come un istituto scolastico, una di quelle scuole illuse dalle tre “i” di Berlusconi (inglese, internet, impresa) e maltrattate dalle tremila incompetenze di Gelmini.

Dopo che i comici si sono messi a fare i politici, tocca adesso agli attori mettersi ad insegnare. È ciò che Marco Paolini sta facendo. Ha cominciato a far assaporare il suo spettacolo proprio agli studenti delle superiori e ai loro professori, per metterlo a punto e farne poi, dal gennaio scorso, il più recente capitolo di quel suo sguardo, mai banale, sui fatti del mondo, passato e presente. Che sia l'antichità di Aristotele e Platone, i tempi bui di Savonarola e Giordano Bruno, l'eroica avventura scientifica di Copernico, Brahe, Keplero, o la complessa, esemplare, discutibile vicenda di Galileo, avventurarsi con Paolini dentro il mondo è sempre una scoperta di fatti, convergenze, opinioni. Ciò di cui è fatto il pensiero.

Nelle oltre due ore del suo monologo c’è sempre il gusto per la parlata veneta, buttata là come un segnale di stile (Paolini riesce a far parlare in venessiàn anche Amleto). Ma niente più “parole mate”, niente “bestiari” locali, niente “album” come nei suoi precedenti spettacoli. E nemmeno i misteri di un'Italia umiliata e offesa (Vajont, Ustica, il suo teatro civile). C’è invece stavolta l’elogio del dubbio e lo spiegare i moti dei pianeti, i maghi e la caccia alle streghe, il guardare dentro il cannocchiale e il resistere del pensiero.

Sostiene Paolini che Galileo, magari un po’, “se la tirava”. Ma “se la tirano” tutti, i grandi innovatori. Quelli che lasciano un segno non cancellabile nel progresso umano. Come ci dicono questi sette giorni dopo Steve Jobs, Come ci dicono questi quattro secoli dopo Galilei.

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