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Il Resto del Carlino – La voce dimenticata del popolo verdiano

«Al Storchi l’è al piò grandteàter dal mand, se Modna l’è al mand», ed è un mondo potente quello di Verdi, che trascina ogni spettatore, melomane o meno, in un’atmosfera nuovamente antica.
Prima ancora che si spengano le luci, le note di Verdi danzano per la sala, insieme alle voci del pubblico, guidate dall’abile mano di un’umile donna delle pulizie, nonché maestra del coro, Francesca Breschi.
Mai contento delle prestazioni del «Coro popolare formato dal pubblico del Teatro Storchi di Modena» è il silenzioso violoncellista Mario Brunello, a cui l’abile Marco Paolini dà voce. E’ proprio grazie a questo sottile battibecco tra la Breschi e Brunello che i coristi vengono coinvolti e, seppur inizialmente con timidezza, non possono fare a meno di canticchiare, fino a perdere qualsiasi imbarazzo e intonare a gran voce i brani del Maestro.
A luci soffuse inizia l’accattivante performance di Paolini, che, con grande e spesso pungente ironia, narra in modo avvincente le sfaccettature del grande musicista e uomo. Monopolizzando la scena con vari e diversi aneddoti della vita di Verdi, ritrae un carismatico ma umanissimo rivoluzionario, che riuscì a convogliare le sue sofferenzenella passione per il teatro: nonostante la perdita dei cari, i fischi del pubblico e i conflitti coi librettisti, riemerge come genio indiscusso perché, d’altronde, «l’arte c’entra con la fatica e col dolore».
Lo spettatore è incantato: come un funambolo, cammina sulle corde vibranti del violoncellista, circondato dalle note evocative del pianoforte di Nanni. La musica, fedele compagna di Paolini, abbraccia il pubblico in modo materno invogliandolo a rompere quelle barriere che lo separano dal palco, e tra le note ci si immerge come in un mare fresco di un’antichità ritrovata.
Paolini, abile trasformista, sa davvero Narrar cantando in chiave moderna la Traviata, il Rigoletto e il Trovatore; si immedesima in ogni personaggio e nelle sue tragiche vicende, utilizzando l’Otello come filrouge. E in questi momenti di tensione anche il «battito verdiaco» della musica si fa più intenso, imponendosi come protagonista della scena.
Attraverso questa efficace unione e grazie alle taglienti e decise luci di Michele Mescalchin, la semplice scenografia si trasforma: essa infatti è essenziale; comprende gli strumenti musicali, gli attrezzi della donna delle pulizie, una cassa e un’asse rialzata, tutti materiali strettamente utili allo spettacolo, ma anche legati al popolo, protagonista e fruitore delle opere di Verdi.
Lo spettatore, avvolto da quest’atmosfera, viene sbalzato da un dramma all’altro, quasi sentendosi protagonista. Dal rosso ardente di passione e violenza che accompagna l’Otello, si viene accecati dal verde della collera del Rigoletto, fino all’ambigua e soffusa luce della vita di Verdi.
Così come la morte di Otello e Desdemona fa breccia nei cuori del pubblico di ogni tempo, allo stesso modo un’altra morte sconvolge gli animi: quella di Verdi. Paolini riporta le parole di Filippo Tommaso Marinetti, che la descrive come la morte di un dio, come una morte che ha scosso Milano e il mondo. E Verdi, fino alla fine, rimase un rivoluzionario, sconfiggendo un esercito attraverso il popolo: nonostante fosse stato proibito di partecipare al funerale, la gente sfondò le file dei soldati per piangere insieme il suodio caduto.
E dunque, che sia sulla scena o nella vita di ogni giorno, «la commedia può aiutare a passare una serata, ma è la tragedia che ti cambia la vita».

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