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Il Secolo XIX – La Macchina Del Capo

L’Italia nell’età dell’innocenza: un paese che non merita di essere tradito. Lo fa capire, raccontando d’altro e senza retorica, Marco Paolini nel suo spettacolo scritto con Michela Signori “La macchina del capo”, in scena al teatro della Corte fino a domenica 13 marzo.
In una straordinaria affabulazione musical poetica, un concerto di parole e chitarra, Paolini, affiancato da Lorenzo Manguzzi, rielabora il materiale dei suoi album. Ripercorre l’infanzia di un ragazzino prealpino che scopre le meraviglie dell’Adriatico e sogna Roma, tra campetti di calcio, oratorio, colonia estiva, Luna park . E regala al pubblico diversi livelli di coinvolgimento. “Attenzione, non marcio sull’onda della nostalgia” aveva avvertito prima di avviare la tournée. Per chi ha passato gli anta il profumo dolceamaro del ricordo è inevitabile.
Che cosa può dare invece ai giovani questo monologo-concerto sospeso tra il Veneto la via Emilia e il West (inteso come eterno sogno di sconfinamento)? L’idea che un viaggio iniziatico, un percorso on the road è possibile senza tagliare le proprie radici senza inseguire la mescalina di Kerouac ma inebriandosi del profumo delle mele conservate in soffitta, e con una voglia di costruire qualcosa di solido che si intuisce anche dietro i sogni più ingenui e più buffi.
In sala si ride, ci si sente coinvolti e ci si convince che questa “Macchina del capo”, in fondo e in via quasi subliminale, contribuisce alla costruzione o ricostruzione di un’identità nazionale più tanti discorsi celebrativi.

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