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Il Secolo XIX – Paolini, l’odissea di un soldato italiano

PRIME TEATRO Alla Corte "il sergente" dal libro di Rigoni Stern

I pidocchi che sfrigolano e scoppiano sulle stufette, le galline rapinate e messe a bollire nel cuore ghiacciato della notte, la capra che non potrà mai nutrire nessuno perchè in realtà è una macchina bellica, ferma nella sua stupidità appena ingentilita da qual nomignolo contadino.

Nel suo ultimo spettacolo, in scena al teatro della Corte fino a domenica, Marco Paolini ha lasciato nel cassetto le lenti della cronaca, la strada aperta con la ricostruzione del disastro del Vajont, l'inquinamento di Porto Marghera, i misteri di Ustica, per affrontare una tragedia globale, la guerra.

La chiave, stavolta, non è quella dell'inchiesta e della denuncia. Il nuovo racconto ha il respiro dell'epica popolare, s'innesta sui ricordi dell'Anabasi di Senofonte, prende come punto di partenza "Il Sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern e lo integra con appunti di un viaggio che Paolini stesso ha voluto compiere su quelle tracce: da Varsavia all'Ucraina in fotogrammi che rimandano a un altro suo poeticissimo spettacolo cult "Treni di Transito".

Nel monologo, quasi due ore senza intervallo, segmentate solo da qualche battuta lampo a un giovane "attendente", la poesia lievita da toni dimessi, si avvinghia alla dolcezza strascicata del dialetto veneto, si condensa in grumi di ironia disperata. E proprio questa ironia è l'antica cifra stilistica riconoscibile: una leggera sottolinatura delle contraddizioni. Paolini sfoglia il diario della ritirata, anzi del grande naufragio dei soldati italiani nella campagna di Russia del 1943. Soltanto una rievocazione? Il gusto di ritrovare quell'Italia strappata alla vita dei campi e sbattuta tra i cannoni che si ritrova anche nelle pagine di Emilio Lussu, di Scipio Slataper, di Pietro Jahier? La voglia di arricchire con nuove riflessioni un'Odissea che trova una delle sue pietre miliari nella guerra del 15-18?

"Il sergente" è tutto questo, ma anche qualcosa di più. Non avrebbe questo impatto se si limitasse a una pura rievocazione. La neve che taglia la faccia dei soldati potrebbe essere anche sabbia del deserto: e sotto le divise, che hanno tutte lo stesso colore nelle tane che li riparano dal freddo, ci sono uomini che possiamo trovare in ogni guerra.

C'è una domanda che corre implicita ma forte in tutto lo spettacolo. Italiani brava gente? Paolini non affronta mai in maniera diretta il mito, variamente declinato in diverse epoche, della genuina "bontà" dei nostri soldati. E' chiaro che il discorso gli preme, ma ha l'esigenza di risolverlo senza retorica.

Prendiamo il passo forse più famoso del libro. Il sergente Rigoni, che ha perso ogni contatto con i suoi, entra in un villaggio presidiato dai russi. Affamato, varca la porta di un'isba e si trova davanti a un gruppo di soldati dell'Armata Rossa, seduti al tavolo intorno alla stessa zuppa. Ci sarà un mestolo di minestra anche per l'uomo che è entrato posando subito il fucile sul muro. "Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Se questo è successo, potrà tornare a succedere." scrive Rigoni Stern. Ma Paolini taglia il commento. Non ce n'è bisogno. E il pubblico, che ha rivissuto con lui la lunga odissea di terra, si congeda dal Sergente con applausi che premiano il suo pudore.

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