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Il Sole 24 Ore-Il senso di Paolini per la neve

MILANO

Presentato da Elio Vittorini come l’opera di un autore non di vocazione, in cui cioè l’esperienza letteraria si impasta indissolubilmente con la vita vissuta, Il Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern è un romanzo autobiografico che tocca corde diverse: il tragico racconto della ritirata degli alpini dalla Russia mescola il tema di una dura lotta per la sopravvivenza- tornare “a baita” è l’impulso primario- a quello di una tacita comprensione fra montanari e contadini delle due parti, l’aspro confronto con le forze della natura al drastico giudizio sui comandi militari.

È dunque più che comprensibile che Marco Paolini abbia scelto quale materia del suo nuovo monologo proprio le pagine dello scrittore di Asiago, al quale aveva già dedicato un film-ritratto diretto da Carlo Mazzacurati. Tecnicamente lo stile di Paolini si presta meglio a una costruzione verbale che privilegi i dati di cronaca e gli spunti “civili”: ma neppure qui l’autore si abbandona alla pura narrazione, anzi prova a integrare di continuo le vicende del sergente maggiore Rigoni con altri tipi di interventi e riflessioni, in cui l’abituale traliccio informativo è in qualche modo sostituito da vivide impressioni sociali e geografiche.

Il testo procede infatti nella stretta e quasi inestricabile alternanza tra i desolati paesaggi russi del ’43 e le immagini del viaggio che lo stesso Paolini ha ora effettuato tra Kiev e il Don, risalendo a ritroso il cammino compiuto dal protagonista, entrando nelle stesse isbe, ricevendone la stessa amichevole accoglienza. Questi scambi fra presente e passato, sembrano tra gli aspetti meno risolti dell’operazione: ma sono anche garanzia della sua vitalità, del fatto cioè che essa non si formalizzi nella pura evocazione storica.

Lo spettacolo, che sta appena nascendo, deve ancora trovare un assetto definitivo: tra accenti veneti e ucraini, tra McDonald’s e Ruzante si coglie a fatica la sostanza della scrittura originaria. Ma la formula di Paolini, sia pure con indugi e discontinuità, fa comunque presa, e lui è bravo in questo caso nel dare autonomo spessore a quella figura del sergente, facendone un personaggio a tutto tondo, che quasi trascende il suo diretto ispiratore.

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