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Il Sole 24 ore – Paolini, diario svagato

Marco Paolini rappresenta ormai un ben preciso fenomeno del teatro italiano. Uno dei pochi a poter contare su un pubblico vasto e attento che accorre agli appuntamenti da lui fissati come a un incontro festoso. Già, perché Paolini è riuscito con un lavoro di anni a scontornare su se stesso una forma di scrittura scenica che appare di grande attualità, ma che fa appello al senso più interiore della spettacolarità. Soprattutto elaborando una forma antichissima ma perfettamente adatta a riattivare una comunicazione fra la dimensione dello spettacolo e il pubblico. Paolini narratore, ovviamente. Il più noto rappresentante di quella corrente che attraversa i nostri palcoscenici da qualche anno, con altri illustri rappresentanti come Marco Baliani, Vacis o la Curino. Dimensione affascinante, quella del racconto in scena, tutt'altro che riduttiva, anzi capace di consentire vaste prospettive di lavoro. Per esempio quella di ricucire, come fa Paolini, i brandelli di una memoria generazionale, o comunque di riassemblare momenti della nostra storia recente, passando attraverso vicende minute e comuni.

Era infatti partito all'inizio di questa sua avventura teatrale dalla descrizione degli album delle generazioni degli anni Sessanta e Settanta per approdare poi al clamoroso "Vajont", dolorosa e tenace ricostruzione di uno dei disastri d'Italia. Ora Paolini sembra percorrere strade parallele e, restando fedele al suo modello di narrazione del più recente passato, si muove per l'Italia per incontrare il pubblico, come è avvenuto giovedì sera al Teatro romano di Ostia Antica. Ci propone un montaggio, combinato dal vivo a seconda dell'estro del momento, di memorie personali, come le sue vacanze da studente a Parigi con una ragazza con la quale non ha neanche il coraggio di provarci. Lo spettatore affida a quella voce e a quell'uomo semplicemente vestito davanti a un tavolino con libri e appunti, il recupero dei frammenti di un'esperienza comune, soprattutto tenendo d'occhio lo sfondo storico, la rivoluzione dei garofani in Portogallo, la nascita dell'autonomia a Padova, le radio private o le prime apparizioni del Living Theatre. Emergono così le ferite profonde del nostro passato prossimo, come il terremoto del Friuli, ricostruito attraverso il ritrovamento di un amico, sepolto vivo sotto le macerie, al quale, durante le operazioni di scavo, viene raccontata la divertente vicenda della professoressa di italiano in crisi che si ritira in una sperduta "comune" in Toscana.

Null'altro che la voce e la calibrata presenza scenica di Paolini, ma soprattutto l'andamento sottile del racconto, gli spostamenti ironici e le aperture drammatiche, una vera e complessa partitura di significati, di rimandi, di suggestioni, un confronto con la memoria che non può non fare i conti con le nostre individuali emozioni. Ma Paolini sembra voler verificare qualcos'altro con quest'ultima forma di collage un po' casuale, mescolando nuove riflessioni a frammenti di spettacoli precedenti, e qualcosa, purtroppo, gli sfugge di mano. Così accade quando sembra che le sue modalità narrative siano sufficienti a se stesse, quando la sua affabulazione non si cura del rischio di cadere nell'aneddotico, quando si avverte che ogni ricordo può essere ricucito un po' a caso in quel percorso, facendo trascolorare lo spettacolo in una sorta di intrattenimento intelligente, ma dissipando così la forza comunicativa presente in altri momenti. Con l'ulteriore rischio che il criterio diventi quello dell'accumulo impreciso anziché quello di un percorso più incisivo, per quanto sottile e articolato, come quelli ai quali ci ha abituato.

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