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Il Sole 24 ore – Ustica, Paolini canta una tragedia senza perché

A sette anni circa dalle prime rappresentazioni del "Racconto del Vajont", Marco Paolini torna al taglio di impegno civile e di riflessione collettiva che improntava lo spettacolo dal quale, in un certo senso, ha ricavato fama e successo, e vi torna affrontando un tema che certo non appare meno impegnativo e denso di risvolti, quello del DC9 Itavia che la sera del 27 giugno 1980 scomparve misteriosamente dai radar nel cielo di Ustica. Attento, come sempre, al gioco di specchi delle ricorrenze cerimoniali, Paolini sceglie proprio il 27 giugno - ventesimo anniversario dell'evento - per il debutto ufficiale del suo spettacolo, e sceglie una gremita piazza di Bologna, ovvero la città da cui l'aereo partì per il fatale volo.

La formula è sempre la stessa, l'attore sostanzialmente solo in scena a lavorare con la voce e la parola, con gli argomenti e con le intonazioni, addentrandosi minuziosamente nella sequenza degli avvenimenti, scavando nei risvolti della storia e della cronaca, lasciando aleggiare sempre più forte sulla platea lo sgomento degli enigmi non risolti e l'amarezza di un destino che ancora non ha trovato riscatto. Alle sue spalle, una sorta di lavagna di vetro trasparente che via via di riempirà di indicazioni, dietro la quale compare una mappa della rotta maledetta. Su un lato, Giovanna Marini col suo Quartetto Vocale fornisce un solenne contrappunto corale alle risonanze ieratiche di questa immane tragedia dei nostri tempi.

La materia, come è ovvio, non è delle più facili: il testo, scritto da Paolini con Daniele Del Giudice - che con la Marini e Corrado Sannucci è anche autore delle canzoni -, non può che fare cenno soprattutto ai tracciati radar, ai messaggi della torre di controllo, ai tabulati spariti o manipolati, ma poi si torna sempre alla cabina dell'Itavia, agli ultimi istanti di un viaggio che pareva normale. Si parla di portaerei che incrociavano nella zona, e si torna a quelle ottantuno vite spezzate, uomini, donne, bambini, neonati. Si parla del silenzio degli americani, della reticenza delle nostre autorità aeronautiche, si parla del Mig libico i cui resti furono trovati venti giorni dopo, ma non si può non tornare alla sorte di quei cadaveri inghiottiti dal mare.

Un incoercibile andamento tautologico sembra d'altronde il segno o l'implicita impronta strutturale di questa nuova meditazione pubblica di Paolini. E ciò non tanto per una qualche eventuale carenza drammaturgica del copione - che pure a tratti ancora stenta a prendere pieno respiro - ma per la natura stessa dei fatti in questione, per quell'intrico di mezze verità, di ambigue intuizioni, di rivelazioni soltanto parziali, di evidenze mai del tutto dimostrabili. È la sostanza della vicenda che gira in tondo, che si avvolge, si ripiega su se stessa, che ininterrottamente svela strade senza sbocco, e alla fine riesce solo a riportarci a quel nucleo di dolore non redento, a quella vergogna di una spiegazione mai fornita.

Paolini è come sempre molto bravo nel padroneggiare la complessità della narrazione, alternando con sapienza la pietà e il sarcasmo, l'informazione e il sentimento. Nonostante le inevitabili implicazioni politiche della serata, secondo consuetudine egli bada ad astenersi da posizioni preconcette e sottolineature ideologiche. Eppure questo "Canto per Ustica" non è il "Racconto del Vajont", e non solo perché manca l'apporto registico di Vacis, figura ultimamente un po' discussa, la cui assenza tuttavia si sente: il fatto è che l'esperienza precedente partiva dalla pura cronaca, mentre quella attuale - per la presenza stessa della Marini e del suo Quartetto - sembra naturalmente orientata al rito, alla liturgia del lutto. Il "Racconto del Vajont", inoltre, offriva dettagliate spiegazioni, laddove il "Canto per Ustica" non può che rinnovare una serie di domande prive di risposta.

Ma c'è un aspetto ancora più determinante: il celebrato modello si protraeva infatti per tre ore, lo spettacolo attuale ne dura un paio al massimo. Questa sessantina di minuti di differenza misura soprattutto il carico di minuta quotidianità che si insinuava nella storia della diga, la piccola umanità che ne era protagonista, quel tessuto di affettuose caratterizzazioni che costituiva la particolarità del "Racconto del Vajont", la sua irripetibile mescolanza di comico e drammatico. Forse, con le repliche, anche il "Canto per Ustica" - che è ora poco più di un intenso ma scarno resoconto - prenderà ulteriore corpo e spazio d'invenzione: dato l'argomento, missili, aerovie civili e militari, c'è però da dubitare che riesca mai ad assumere un analogo spessore di vita vissuta.

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