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La Cronaca- Il mondo affonda. Ma si vede solo a Venezia

Ovazione e tutto esaurito per gli “Appunti foresti” di Marco Paolini al Teatro Municipale.

Diciamola tutta: chi non ha o non ha avuto in casa una gondoletta in miniatura, un cavallino di vetro di Murano (magari con la classica gamba rotta perché caduto dal tavolino), un “souvenir de Venice”?

È da questo punto fermo che Marco Paolini – con il suo monologo “Appunti foresti”, riduzione del “Milione quaderno veneziano” proposto per due serate al Municipale con il tutto esaurito – parte per far scoprire al suo pubblico l’unica città al mondo costruita sull’acqua. La sua è la voce di “Campagne”, veneto di terraferma innamorato della laguna, questo spazio senza tempo tutto terra-acqua acqua-terra. Così fuori dal mondo eppure sempre attuale, alla faccia delle metropoli che stanno collassando. “Venezia sta affondando-dice- e anche le altre città. La differenza è che qui si vede”.

Ad accompagnarlo in questo viaggio è il barcaiolo Sambo, che inutilmente tenta di insegnargli i fondamenti della voga veneta a bordo del suo sandolino. Così, su un quaderno, Campagne stila un suo personalissimo diario di bordo con impressioni, valutazioni, piccoli scorci quotidiani di una città popolata da milioni di turisti e da poche, pochissime decine di migliaia di veneziani rimasti fedeli alla laguna. Anziani, pigri:”Spetta”, dicono sempre tutti. Indolenti come neanche romani e napoletani, questi superstiti della Serenissima che vivono di turismo ma che i turisti, dopo un po’, non li possono soffrire. E allora li prendono in giro. Così è facile imbattersi in sette gondole schierate, una accanto all’altra, proprio sotto il ponte di Rialto alle sette di mattina: “Fanno la serenata ai giapponesi”, spiega Sambo. “A quest’ora?”, obietta giustamente Campagne. “Quelli che pagano meno ce l’hanno di mattina. A mezzanotte solo chi accetta il prezzo pieno”. Tutte così, le due ore di monologo: frizzanti, divertenti, disincantate. A raccontare vizi e virtù di una città (e dei suoi abitanti) sempre uguale a sé stessa, nonostante il passare dei secoli.

E tra campi (“la piazza è una sola, quella di S. Marco, tutti gli altri sono campi:il contrario di Siena”, ricorda Paolini), campielli, calli, rii e canali, ci si imbatte in tante storie, in tanti paradossi. Nei vaporetti e nelle motonavi, nei piccioni di Piazza San Marco (“Questa è l’unica città dove i leoni volano e i piccioni camminano”), nelle estenuanti marce forzate del turista che deve soffrire un intero giorno in nome della cultura per riscattare una vita di ignoranza. Venezia è questo, certo, Venezia è però anche Marghera: inquinamento, laguna da salvare. Venezia è anche “l’unica città in Veneto senza cantine”. Facile comprendere la diffidenza dei foresti, di chi viene dalla terraferma. In Veneto, si sa, il vino piace. E Rialto è “l’imbuto del turismo mondiale”, l’unico ponte pedonale perennemente ingorgato. E le vetrine dei negozi del ponte esistono solo per quello: per convincere qualcuno, ogni tanto, ad entrare e comprare un’improbabile mogliettina con una gondola di paillettes. Tanto per togliersi dai piedi qualche minuto e alleggerire l’ingorgo.

Eccola, la Venezia di MarcoPaolini: cinica, assurda (basti pensare all’aeroporto marco Polo circondato dall’acqua) e per questo esilarante. Una città antica, “l’unica in cui si cambia canale senza telecomando”. Che fa innamorare. Anche il pubblico del Municipale. Perdutamente innamorare di un attore che, solo con la forza delle parole, ha dipinto una città meglio del Cataletto.

Tutto esaurito e dieci minuti di applausi erano il minimo che Piacenza potesse tributargli.

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