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La Nazione – I fantasmi del Vajont

Il dolore, la rabbia, la denuncia: ecco Paolini, strepitoso "neo Dario Fo"

Una pièce ispirata alla tragedia dimenticata

FIRENZE - Sono passati più di trent'anni dalla tragedia del Vajont. Ricordate? 260 milioni di metri cubi di terra vennero giù dal monte Toc alzando 50 milioni di metri cubi d'acqua. Vi furono duemila morti, un olocausto tutto italiano causato dalla mano dell'uomo, dalle ragioni del capitalismo e dell'industria, in un paese che si ritrovava in quegli anni nel pieno del suo boom economico. Da quel giorno le madri delle vallate dissero ai loro figli: "povera Longaron, povera Longaron". Piangevano quel paesino ai piedi della diga, scomparso sotto la furia dell'onda gigantesca. Da allora la geografia di quel luogo è mutata; sulla montagna franata che conserva ancora vari corpi, sono cresciuti fiori strani, mai visti. E come sulla collina di Spoon River, si possono immaginare quei morti conficcati nelle fratture del terreno cantare per gli altri la sciagura della loro terra.

Marco Paolini, un giovane attore-autore trevigiano che nel '63 aveva pochi anni, ha deciso di raccontare al pubblico il "Vajont", presentato in questi giorni alla Limonaia di Sesto fiorentino. Aveva cominciato da un po' a far vedere in giro il suo strano spettacolo, in rassegne e piccoli luoghi, fino a ritrovarsi inondato dai premi e da un meritato successo. Perché il suo "Vajont" è non solo la lucida cronaca di una morte annunciata, palpitante di sdegno e di passione civile. Ma è soprattutto la riappropriazione di antiche e perdute funzioni del teatro: della memoria, dell'impegno, dell'affabulazione e del racconto.

Una storia italiana che ha perso anche la retorica del "non dimenticare" com'è avvenuto per altri luttuosi eventi del nostro paese. Già: chi si ricorda più dei duemila morti del Vajont? Paolini ve li ricorda tutti, uno per uno. Possiamo quasi vederli al centro della scena, raccolti nelle osterie di montagna, imprecare in ladino o in veneto. È lì davanti a noi quella gente semplice, abitanti di Erto o di Casso, nemici di vecchio campanile, organizzati in improvvisati quanto inutili comitati; impauriti eppure abbagliati dal fascino e dalla seduzione del grande Vajont.

Due lavagne, una scrivania, alcune carte sono gli oggetti di scena per raccontare la storia di una catastrofe collettiva che ancora non conosceva parole come ambiente, territorio, ecologia. Una storia che parte da lontano, dai primi anni Cinquanta, che arriva fino al processo, fino ad oggi. Che usa le testimonianze di coraggiosi e inascoltati giornalisti e i documenti del processo e le carte dei vari responsabili nascoste nei cassetti. Tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Paolini non prende posizione ma racconta appunto la Storia. Ed è una storia con i suoi personaggi maggiori e minori, protagonisti e comprimari, con sullo sfondo lo Stato che copre, non vede, giustifica, protegge. Storie di potenti che agiscono e di gente semplice che accetta, per bisogno e per ignoranza, il proprio tragico destino di espropriazione. Una vera epopea e un attore che racconta per più di due ore al proprio pubblico storie dimenticate, da non dimenticare.

Siamo rimasti senza parole alla fine e senza applausi, sopraffatti finalmente da una vera emozione. Possiamo dirlo con certezza: è nato un nuovo Dario Fo.

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