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La Nuova di Venezia – L’agrario senza terra incontrò la diga folle

In teatro la memoria della tragedia, com'è nato "Vajont"

Per costruire questo spettacolo l'attore veneto ha rinunciato a Shakespeare e Goldoni "Voglio raccontare storie vere cercando collegamenti tra passato e presente"

Una lavagna, un tavolo di lavoro ingombro di carte, con una lampada accesa, come di chi ha intenzione di fare nottata. A studiare, a capire. Capire la tragedia. Ricordarsela. Lavora sulla memoria Marco Paolini, sulla nostra memoria, sulla memoria collettiva del nostro Paese. E Vajont, tragedia immane che ha ucciso circa duemila persone in un sol colpo, fa parte dell'eredità della nostra terra.

Per raccontare il Vajont, Paolini ha lasciato le sue occupazioni precedenti: "Goldoni e Shakespeare - dice - sono divertenti, ma non mi soddisfavano più. Nel 1994 mi sono licenziato e ho continuato da solo. Non mi sono buttato in politica, voglio continuare a fare l'attore. Ma dal 1983 è successo qualcosa…".

- Perché il 1983?

"Perché è l'anno del film "Il grande freddo" e quello dell'arrivo di Reagan sulla ribalta internazionale. L'ho rivisto quel film, proprio ieri. Mi è sembrato sorpassato. Si parla troppo e non succede mai niente. Erano gli anni Ottanta, c'era la voglia di dire "come siamo diventati brutti". Io invece guardo le foto degli anni Settanta e penso a quant'eravamo brutti allora. Fisicamente dico. Vestiti male, poco curati. Eppure quello che dico adesso viene da là. Si è formato in quegli anni. In realtà non c'è frattura tra allora e adesso".

- Come eravamo?

"I sogni dei miei diciotto anni (Paolini compie quarant'anni in questi giorni) non si sono realizzati. Avevamo la capacità di incazzarci sempre. Per tutto. Poi ci siamo stufati di incazzarci. Ci è sembrato tutto inutile, una arteriosclerosi precoce. Poi è arrivato Reagan, informazione e politica si sono sovrapposte, il fenomeno è diventato sempre più sofisticato, oggi in America dicono 'infortainer', intrattenitore che informa o giù di lì…"

"Qui in Italia tutto succede dieci anni dopo: e nel 1994 uno della televisione è diventato capo del governo".

- Perché parli di queste cose?

"Nel 1993 ho cominciato Vajont e ho abbandonato Teatro Settimo e quindi i testi teatrali tradizionali. Bisogna recuperare la memoria collettiva, raccontare le nostre storie. Non faccio il giornalista, racconto storie, ma le mie storie sono vere. Mi rivolgo a qualche migliaio di persone, ma va bene così. Questo è il teatro politico. La satira di cui si fa gran parlare, è solo un corollario allo status quo".

- Insomma non sei un comico…

"Macché, sono un tragico, anche se qualcuno penserà immediatamente: "Che palle". Il '900 ha rimosso il senso del tragico, inteso nel senso classico. Prendi la morte: oggi i funerali sono quasi in diretta. Via il morto, prima possibile. Senza neppure attendere i parenti per la - ormai non più - rituale visita alla salma. La morte diventa familiare solo attraverso il voyeurismo televisivo".

- C'è un senso di nostalgia in queste parole.

"Chi lavora sulla memoria è di fatto un conservatore, un passatista. Per forza. Ma io penso ad un antimoderno come Pasolini. E credo nella democrazia in politica. Nella vita però bisogna essere rivoluzionari. Rivoluzionari per risolvere problemi enormi come quello dell'ambiente in degrado, ad esempio".

9 ottobre 1963, la montagna, il monte Toc vien giù di notte. Frana in un batter d'occhio, strato sopra strato, mangiucchiato alla base dall'acqua del bacino artificiale sottostante - il Vajont, "vien giù", appunto - predestinato da una enorme frattura a forma di "M" che disegnava la parete a ridosso dei paesi di Erto e di Casso. Una montagna che cade nel bacino della diga, l'acqua che straripa aldilà dello sbarramento. Una colonna d'acqua immane, alta centinaia di metri e che trova sfogo solo giù a valle. Dove ci sono Longarone, Rivalta, Pirago, Villanova. "Come potevano i geologi della Sade prima - l'azienda privata che progettò il bacino - e dell'Enel poi, prevedere un disastro così immane? Che ne sapevano di quella frana a forma di "M" addormentata per secoli, una maledizione che incombeva dai tempi preistorici?": così urla Paolini in scena durante "Vajont".

Ma prima ti racconta invece di come gli uomini, la Sade e l'Enel, avevano ideato la diga folle, violentando quiete montagne, popolate da mille personaggi tipici, buffi, simpatici, 'teatrali'.

- Allora, facci capire, sei un intellettuale, uno storico?

"No' gò studià da intellettuale. Creo collegamenti. Collegamenti con il passato recente. Credo serva a qualcosa".

- E che altro fai?

"Allora ti racconto chi sono, non mi sono presentato: ho studiato da agrario ma non avevo terra. Il teatro è stato il modo per dire le cose. Raccontarle. E ho fatto il Teatro degli Stracci con due amici trevigiani, ho lavorato al Tag di Mestre, al teatro Settimo di Torino. Dal 1990 collaboro con Moby Dick, l'associazione culturale che propone la stagione teatrale in Riviera del Brenta. "Vajont" è nato lì e cresce. Ora lo spettacolo dura quasi due ore e mezza. Insegno alla Scuola d'arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Lo faccio gratis, è un'esperienza importante".

- Progetti?

"Sto facendo qualcosa che riguarderà il mondo dell'informazione, del giornalismo".

Sempre più "politico".

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