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La Nuova Ferrara (Cultura e spettacoli) – Paolini, parole che pesano

Il pubblico con il fiato sospeso per tutto il monologo

Teatro comunale strapieno per l'apertura della stagione di prosa con Ustica e Storie di plastica

FERRARA. Un racconto che dura due ore e mezza con Marco Paolini che distende una tela intrecciata di domande, di cifre, di rotte aeree, di misteri. L'attore è da solo sul palcoscenico del Comunale con "I Tigi-Racconto di Ustica", il lungo monologo che ha inaugurato la stagione di Prosa.

Teatro strapieno e successo alla fine di una serata che obbliga a riflettere su una pagina inquietante della nostra storia. Amaramente.

Un racconto di fatti. Ma anche di cose. E di voci. Marco Paolini si presenta al pubblico a braccia allargate come un aeroplano, si assume tutte le voci di una conversazione registrata fra la cabina di pilotaggio e la torre di controllo, accelera lo scorrere il tempo e lo blocca per secondi che sembrano interminabili, segmenta una storia e come i veri storici scava in migliaia di carte alla ricerca della citazione da mettere sotto quella lente di ingrandimento che è la sua voce che passa da un'inflessione ad un'altra. Da anni è un fenomeno teatrale Marco Paolini che non conosce paragoni. Si presenta al pubblico inerme come quelle vittime di cui racconta il destino. Erano i morti del Vajont qualche anno fa e ora sono gli ottanta passeggeri precipitati in mare a bordo del Dc9 in volo da Bologna a Palermo quella sera di giugno del 1980. Da poco si sono aggiunti gli operai morti a causa delle esalazioni tossiche del petrolchimico di Marghera. Sono loro i personaggi delle nostre tragedie, avverte Paolini. Tragedie molto diverse da quelle dei classici, dove le vittime avevano la consolazione di esprimersi in versi. L'ultima parola registrata dalla scatola nera dell'aeroplano caduto è un mozzicone di parola: "Gua..." Niente altro. Marco Paolini capta e assorbe parole ma ci fa percepire anche le cose, gli oggetti coinvolti in questo volo interrotto, sospeso ad un inquietante punto interrogativo, ricostruisce l'intreccio di rotte di aerei militari attorno all'aeroplano abbattuto, lascia che siano tutte queste cose a parlare. E sono cose anche queste parole senza peso specifico che pesano forse più di tutte perché non hanno colore, non vogliono averle. Come la conversazione fra un parente delle vittime e quell'ufficiale che cerca di svicolare a colpi di monosillabi indifferenti che involontariamente sembra presa da un testo di Pinter. Più scarno e ancora più teso che nella prima versione concepita per il ventesimo anniversario della strage, questo "Racconto per Ustica" si lascia guidare da certe immagini già evocate da Daniele del Giudice nel suo racconto "I Tigi" ma poi ha quel ritmo musicalissimo ed incantatorio di tutti gli spettacoli di Paolini. Palco vuoto, una sedia ed un tavolo e l'attore tiene il pubblico in pugno, col fiato sospeso per tutta la durata di un monologo torrenziale. Non c'è soluzione, non c'è happy end. C'è una pagina fra le tante pagine buie della nostra storia raccontata senza voler provocare indignazione: "L'indignazione è come l'orgasmo. Dura un attimo. E poi procura sonnolenza". Ed è un racconto di citazioni, di frasi riportate, un montaggio di materiali preesistenti. Impressionante, ipnotico e opprimente. E nello scorrere del monologo ci sono momenti di fortissima emozione. Come nell'immagine della carcassa dell'aereo rimontato in un hangar come simbolo concreto di un puzzle a cui mancheranno sempre troppi pezzi. Pezzi che sono stati omessi, rubati, nascosti per sempre.

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