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La Repubblica – Con Paolini la cronaca si fa poesia

Fatevela raccontare da lui. Oggi la storia di Venezia, ieri la tragedia del Vajont. Si chiama Marco Paolini, ha 41 anni, fa l'attore. È un grande maratoneta, un suonatore della parola. Sulla scena corre da solo, a volte severo, a volte morbido. Di quelli che a fine spettacolo vi danno e vi chiedono l'indirizzo: per informarvi delle prossime cose, per sapere cosa ne pensate, perché passiate parola, alla vecchia maniera, perché se ci si parla e ci si capisce è meglio non perdersi di vista. E il tamtam è un modo per stare ancora vicini, per viaggiare oltre il casello. Perché un conto è la tv dove a fine emozione spegni il telecomando e buona notte a tutti, e un conto è trovare la forza di alzarsi e andarsene appena hanno finito di raccontarti una bella storia. Qualcosa ti inchioda lì, al peccato che la favola sia finita, anche se non è una favola, ma quello che succede là fuori. Paolini per fisicità ricorda un po' Dario Fo asciugato. Se gli chiedete che mestiere fa, risponde: "Faccio teatro".

Nel "Vajont" vi teneva incollati tre ore alla sedia con gli arnesi di un professore di storia: lavagna, fogli sul tavolo, orologio, e intanto parlava di numeri, di cifre, di dati tecnici, di dighe, di falde, di burocrazia ministeriale, che cosa volete che interessino se non siete un ingegnere minerario o un appassionato studioso di quelle che in Italia chiamano disgrazie ineluttabili? Eppure detti da lui i grafici diventavano disperata poesia, i sopralluoghi erano battute formidabili, e l'onda mortale del '63 vi faceva sentire l'acqua e il fango in bocca. Paolini incanta anche in "Appunti Foresti", canovaccio di un altro suo spettacolo "Il Milione", che, dopo il debutto a luglio a Mira, a Polverigi e a Volterra e dopo 6 serate di tutto esaurito al teatro Toniolo di Mestre, è da ieri al teatro Studio di Milano. "Il Milione" è una storia antica e contemporanea di Venezia, delle sue abitazioni, dei suoi vaporetti, dei suoi motoscafi, dei suoi 374 ponti, del gasolio, di quel leone alato sempre più spelacchiato e involgarito, dei suoi immigrati e emigrati, della laguna, delle sue scritte, "di Venezia che da qua si legge Campari", dei turisti che vanno sempre indirizzati dalla parte sbagliata, "è un modo per sfoltirli", del remo che taglia l'acqua a fetta di salame, della vogata "premi e staissi". Paolini comincia mostrandovi una mappa perché davanti ad una città sconosciuta, quando si è incerti su da che parte prenderla, la piantina e sempre un buon aiuto. Non c'è fretta: si va avanti e indietro, si gira, si sta fermi. In un momento in cui vanno di moda le schegge, le pillole, i frammenti, i montaggi psicopatici, gli spot fulminei, i flash, Paolini si prende il suo tempo e tende l'arco.

L'idea del "Milione" è quella del viaggio, di noi che vogliamo essere Marco Polo, di chi sta in terra e in laguna, di chi è foresto e nostrano, è la storia di una città fatta su acqua edificabile, dei popoli che l'hanno abitata e modificata, del suo mito venduto e svenduto. È un monologo, con dei pezzi di musica, di libri colti, da Melville a Magris, con molta attualità, non solo decadenza da grandi film. C'è l'interesse sociale, l'attenzione al mondo popolare, l'amore per la terra, per le radici, per la memoria, per il dialetto, per l'acqua, per le tradizioni e i costumi del mondo, c'è l'impressione che faceva Marghera di notte, tutta illuminata, come un pianeta del futuro. Ma senza la noia di chi scambia la militanza per il grande sonno. C'è l'arte della voce, del ritmo, c'è un'affabulazione straordinaria, ma anche la carnalità della lingua da osteria, ci sono le mani che galleggiano, affondano, spariscono, risalgono, ipnotizzano.

Paolini sulla strada di Pasolini è convinto che è necessario stare nelle cose per inventarle e per raccontarle, che bisogna dare corpo, spessore ai temi di cui ci si occupa. Altrimenti non vale, altrimenti non si è credibili. Paolini è nato a Belluno e cresciuto a Treviso, nel grande nord-est bianco, il Vajont e Venezia sono le sue parti, sono il suo orizzonte geografico, la terra dove ha fatto esperienza. A casa sua tutti raccontavano storie e leggevano ad alta voce: uno degli argomenti preferiti del nonno, ex carabiniere, era l'Abissinia e la prima guerra mondiale, dove gli toccò il compito di fucilare i disertori. "Nonno, li facevi scappare?". "No, ma prima ghe davo 'na scatoleta de carne".

Quando a casa dai nonni arrivò la prima tv da cui presero ad uscire rumori di risate, i vecchi serissimi chiesero: "ma cosa ghe s'è da ridere?". A Paolini, e si capisce, piace molto la mamma dell'autore Gabriele Vacis, che per raccontare un film ci mette sei ore. Lui è uno di quelli che ci crede nella fatica del teatro, nell'assoluta necessità di mischiarsi e di mischiare: training quotidiano, acrobazia, scuola di clown, allenamento sulla voce, yoga, gestualità, arti marziali, orientali, uso di mani e di piedi. Si sente l'impronta di Eugenio Barba, si sente l'ammirazione per Paolo Poli, come grande padrone di ritmi.

Sono 21 anni che Paolini ha il libretto di teatrante, i critici lo conoscono e lo stimano. Non è proprio uno sconosciuto, anche se ha molto girato nelle scuole e nei circuiti minori e nell'84 è stato in Usa, a Bloomsbury in Pennsylvania, a fare l'attore con Alvina Krause, collaboratrice di Lee Strasberg. È chiaro che lo spettacolo su Venezia dove "tutto lo spazio compreso tra la linea grigia e i 99 pilastri bianchi della laguna è bene comune, è demanio pubblico, l'unica città dove la proprietà comincia dalla porta di casa", non è nostalgia del mito, ma cronaca di oggi, anzi radiocronaca della partita che si gioca in città, in Italia. Contro i foresti. E non è più solo Venezia, appendice dell'Asia, ma sono tutte le piazze del nostro paese, svuotate di famiglie, di vecchi, di bambini, ridotte ad un esistenza vegetale da piano terra, da semplice parterre, perché su, se si guarda in alto, non ci sono più panni stesi o vasi da fiori o piccola umanità, ma uffici e banche. Dopo l'acqua hanno espropriato anche le piazze. E in fondo non c'entra molto neanche il teatro. Perché la fitta che si sente da spettatori, dopo la risata, non è allegra. È un buco, è un vuoto. È la sensazione di quello che abbiamo perso e che stiamo perdendo non a teatro, ma nella vita senza tempo di tutti i giorni, non sia solo una città, un paese. E che assordati da un rumore e da un ritmo che non è quasi mai il nostro, siamo diventati incapaci di fermarci sulle cose che ci capitano, come se fosse annegato anche il gusto di raccontare, di trovare interessanti le nostre storie, le nostre memorie, le zolle di terra che ci sono rimaste attaccate alle scarpe e le macchie d'acqua.

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