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La Repubblica – La Campagna di Russia di Marco Paolini

Dvd e libro per il monologo tratto dal “Sergente nella neve” di Rigoni Stern

La steppa è il fondale e la morte il suo fantasma. Le parole e la memoria sono di Mario Rigoni Stern, ottobre 1942, entrambe distese a scintillare sul ghiaccio del Don, come le stelle che si riflettono incastonate nel vetro nero del cielo, come gli alpini congelati nelle trincee che chiamano «la tana», come i bagliori dei traccianti quando inizia la sortita.
La voce narrante è quella del suo Sergente nella neve. Il volto e´ di Marco Paolini, l´attore, il solitario protagonista del monologo (dvd dello spettacolo più libro, appena pubblicati da Einaudi, Il Sergente, pagg. 178, euro 23) su palcoscenico quasi vuoto a dire la lontananza da cui vengono quei racconti di uomini in viaggio: il Marangoni che dorme, il Minelli sposato, il Meschini che fa la polenta. Con gli scarponi scassati, la malinconia, i cadaveri, i feriti che piangono, i pidocchi. Tutti dentro la grande Storia degli eserciti - mossi da Mussolini e Hitler a sfidare l´inferno della neve e l´Armata rossa di Stalin - ma sempre sognando la via perigliosa del ritorno, lunga migliaia di chilometri e migliaia di morti, dal ghiaccio che uccide fino al profumo dei pascoli, la paglia secca, la baita calda. La vita.
Dopo la cronaca d´abissi contemporanei, Vajont, Ustica, il Petrolchimico di Marghera che sono la storia nostra «su quel che crediamo di sapere», Marco Paolini sceglie di misurarsi sul tempo immobile della guerra, quella catastrofe che insanguina e non passa, che piega gli uomini, e quando non li uccide li fa narrare, dai tempi di Omero, di Tacito, di Senofonte.
Tra molte epiche del ritorno, sceglie la più pura, la più disincantata, il capolavoro di Rigoni Stern, uomo d´Altipiano, scalatore di quell´infinito orizzonte che fu la Campagna di Russia, la sua catastrofe d´anime disperse con noncuranza dalla Storia, ma riscattate da una voce che non vuole spegnersi, quella della memoria. E che si accinge al racconto con prime righe folgoranti: «Ho ancora nel naso l´odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e fin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli starnuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento, sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti».
Quelli righe conducono a un incontro. L´incontro a una scoperta e a un´intervista: l´attore di Belluno e l´uomo del bosco che vive nella casa che ha costruito («Non lo conoscevo personalmente e ne avevo soggezione»). Dai racconti, l´incanto e gli appunti. Dagli appunti, notizie a ricomporre il quadro. Duecentoventimila italiani spediti a combattere. Settantacinquemila mai tornati.
Inverni a meno quaranta gradi. Fucili modello 91, buoni per la guerra di prima. Bombe a mano che non esplodono. Rifornimenti che non arrivano. Mantelle di cattiva lana che non riscaldano. Muli che non ce la fanno più. Scarpe fragili come il cartone. Attese lungo notti interminabili. Voci da una trincea all´altra. Le sigarette Macedonia che non sanno di niente. Un po´ di patate congelate da succhiare. Uno sparo improvviso. Il rombo della Katiuscia, come il terremoto. La morte come niente fosse. E poi il silenzio.
Racconta Paolini: «Ho ascoltato dalle sue labbra la sua storia di soldato senza retorica, senza ornamenti. La lezione della guerra, su cosa ci insegna una guerra e a cosa serve una guerra, aveva finalmente per me un senso tragico e insopportabile, ma ce l´aveva. Parlava come scrive, in un italiano asciutto dove le parole non si ripetono mai, gli aggettivi si usano solo quando serve e i silenzi stanno dove non occorre aggiungere altro».
Le parole si mettono in viaggio e Paolini le segue. C´è sempre un treno nascosto dentro ai suoi spettacoli. Stavolta è il Kiev Express che da Varsavia corre verso l´Ucraina, i suoi paesaggi non del tutto cambiati da allora, grigi di cielo, grigi di bufera, grigi di isbe e di memoria. La memoria d´altri racconti che bastano i nomi a evocare, come Nikolaevka, i suoi morti in battaglia. E ancora più in là fino al Don, al punto in cui era stata scavata la tana del Sergente di anni 22, proveniente da Asiago, esperto di montagne e di urogalli, di pietre intagliate, di legna, di ortaggi, con i sui 55 uomini da riportare vivi a casa. A piedi. Oltrepassando un intero Atlante e poi quell´ultimo confine segnato da un viandante che chiederà nella loro stessa lingua: «Vuoi bere?».
E solo alla fine di quei molti viaggi preparatori, il palcoscenico. In scena con la divisa aperta, i mezzi guanti, il cappello di lana. Con l´ombra del passato che incombe, con le rifrazioni della neve che abbagliano. Con il tempo che sciogliendosi si fa racconto, diventa trincea e mondo. Tre anni nei teatri a perfezionarsi. Poi l´exploit in tv da una cava di pietra dei monti Berici, anche lei intagliata dal freddo e dalla Storia. «Di notte, nel buio si vedevano lampi giù, lungo il corso del Don, ma lontano, parevano le Pleiadi. Si sentiva un rumore di carri, di treni, con le ruote fasciate, come se per tutta la notte corressero. Io non dicevo niente. Le vedette non dicevano niente, ma la domanda era: da che parte è l´Italia?».
Raccontando che in quella terra di nessuno dove abita per sua natura la guerra dei fanti, è la paura e la sopravvivenza che diventano la sola patria consentita. Il pensiero perpetuo. Capace di convivere con l´insensatezza del massacro, la stupidità dei generali, persino la pietà per il nemico, anche lui intrappolato dalla medesima notte. Imparando che il solo eroismo possibile è quello di crepare, oppure di scamparla, mentre si respira insieme e si aspetta, nella trincea che puzza. Tutti compagni dello stesso viaggio. Commilitoni di quel soldato che dopo la battaglia forse dorme. E´ diventato sasso. Ma a raccontarlo adesso, rivivrà per sempre.

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