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La Repubblica – Paolini racconta la Thatcher

L' ultimo Album di Marco Paolini, I Miserabili, io e Margaret Thatcher, scritto con Andrea Bajani, Lorenzo Monguzzi e Michela Signori è una salutare, tonificante boccata d' ossigeno. Un antidoto contro i Savonarola mediatici, i tribuni della plebe formato Beppe Grillo. In mezzo alla platea, quasi chiacchierando con gli spettatori, prima di calzare il cappello a cilindro nero da capitalista ottocentesco sui pantaloni e il colletto grigio operaio per dare il via con l' orchestrina dei Mercanti di Liquore al suo racconto-ballata, lo definisce "un invito a ragionare". Ragionare di cosa? Non solo dell' oggi, dei fatti di casa nostra, del Nordest dove è cresciuto il suo alter ego trevigiano Nicola, ma di come il Mercato con le sue regole incarnato dal giro di boa neoliberista degli anni 80 della Lady di Ferro inglese fino all' attuale deriva globale ha cambiato il mondo. Una carrellata dove si ride amaro che va dai Miserabili di Victor Hugo (e di Marx) ai nuovi "miserabili" della nostra Belle Epoque che è bella "sol per poc". E mentre il ragionamento si dipana, sullo sfondo della tavola imbandita di una festicciola andata a male, tra canzoni, racconti, divagazioni sul secondo principio della termodinamica, intrecciando il passato al presente, lo spettacolo si trasforma. Si trasforma nella riscoperta di una Padania, e di un' Italia, che c' era, che c' è anche se sfigurata dai "lifting", oscurata dalla processione dei carelli della spesa e dai miraggi del Mondo Convenienza. La Padania dei poveri sono matti, delle storie vere e stralunate, del cabaret milanese (citato nel refrain di Gaber "Libertà è partecipazione"), così diverso dal cabaret berlinese, così vicino alle balere e alle osterie di campagna. Due ore che volano creando un clima di calda intimità fra la platea e il palcoscenico. «Ero raffreddato ma mi sono divertito» ha detto Paolini con il fazzoletto in mano congedandosi dal pubblico. Anche noi, grazie.

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