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La Repubblica – Paolini racconta l’epica dei cani di London

Diavolo di un Marco Paolini. Raccontatore del sociale, poeta dei lutti e portavoce del civile, ora si fa fiancheggiatore, messaggero e depositario di una letteratura country (d'autore) rispecchiante un mito privato, il leggendario rapporto tra gli esseri umani e la sodale o scomoda razza canina. Ne fa un'epica mai prevedibile, ne plasma un repertorio di ruoli di coscienza e di molestia, e in Ballata di uomini e cani s'ispira a tre racconti di Jack London, affrontando la scena come un folksinger dotato di narrazione popolare e avventurosa, in sintonia continua col musicista Lorenzo Monguzzi che, con altri due solisti, canta un po' alla Pete Seeger. Diavolo di un Marco Paolini, coi suoi sguardi che parlano degli sguardi che si lanciano cani e padroni, con la sua voce che interpreta il profondo dialogo silenzioso tra gli umani e le bestie, con la sua mimica spartana e caustica che sa di freddo Canada. E i cani di London gli vanno a pennello. Non sarebbe lo stesso coi cani di Steinbeck, Mann, Lawrence, Woolf, Cassola o Don Bosco, per dire.
Macchia che non abbandona mai chi disperatamente se ne vuole disfare, Bastardo che ha ricambiato legame di astio con Black Leclère fino a un reciproco destino di eliminazione, e infine il cane senza nome che condivide l'avventura più struggente e distruttiva a 50 gradi sotto zero con un esploratore congelato in Preparare un fuoco (il pezzo più contemplativo, contagioso e drammatico dopo un prologo paradossale e uno bieco). Diavolo di un Marco Paolini, belva e nomade come i cani che ammette d'impersonare, come il socialista etilico London che muore a 40 anni, con i suoi appassionati "perdio" da canzoniere del Klondike, coi denti digrignati come quelli degli amici dell'uomo, ma con occhi solidi e buoni.

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