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La Repubblica – Paolini: "Racconto il vecchio Nord Est"

L'autore di "Vajont" parla dello spettacolo che sta preparando

Dopo le prove a Treviso il nuovo lavoro sarà pronto per andare in scena a settembre all'Olimpico di Vicenza

TREVISO - "Per la prima volta dopo molti anni il mio teatro, il teatro della città in cui vivo, mi ha chiesto di produrre uno spettacolo. Probabilmente si aspettavano un lavoro di repertorio, qualcosa che potesse andare facilmente in giro. Io invece ho deciso di parlare qui, di dire quello che mi vedo intorno". Marco Paolini, dopo i successi del suo "Vajont" anche in televisione e del "Milione", ha presentato solo due repliche di un nuovo lavoro al Teatro Comunale di Treviso.

"In realtà non è uno spettacolo compiuto, ma solo la prima tappa di un lavoro che si concluderà a settembre al Teatro Olimpico di Vicenza, per il festival diretto da Glauco Mauri. Diciamo che si tratta di uno studio. Del resto io lavoro così, ho bisogno di verificare a lungo in palcoscenico i miei spettacoli, di verificarli col pubblico, di introdurre gradualmente i miei materiali".

Il titolo però è già quello definitivo: "Bestiario". E così anche il tema, ossia la cronaca di quello strano pezzo d'Italia che viene chiamato oggi Nord Est ed è l'antico stato veneto. "Si tende oggi a parlare di queste parti con un eccesso di discorso economico e politico. Naturalmente questo è importante, ma è come se ci si concentrasse troppo su questi discorsi. È così anche la vita, qui sembra oggi che quel che conta sia solo l'economia. Io credo che si tratti di un errore, come una dieta squilibrata, con troppa carne e troppo grasso. Non voglio fare il dietista, o l'ecologo di turno, ma credo che sia importante parlare dell'uomo e del paesaggio, guardare alle trasformazioni dei rapporti fra uomo e paesaggio che sono avvenuti in questi anni da queste parti".

- Come fa?

"Non si può parlare direttamente di quell'elemento decisivo che è il paesaggio, mancano le parole per descrivere questo cambiamento, o almeno mancano a me. E allora bisogna ricorrere a un altro elemento, alle parole. Già dieci anni fa ho fatto uno spettacolo in cui raccontavo di queste terre usando la scrittura di Meneghello. Adesso c'è bisogno di altre voci, e io ho trovato queste parole nella poesia dialettale che è così importante da queste parti, da Zanzotto a Biagio Marin a molti altri. E lavoro anche con gli scrittori, come Camon, Bettin, Giorgio Lago. Non importa se questi autori siano vivi o morti. Io tratto tutti come vivi, dialogo con queste voci e cerco di capire e di dire".

- Non c'è il rischio dell'Arcadia?

"No, queste sono poesie durissime, non parlano della bellezza delle stagioni o di cose del genere. C'è uno spessore in queste voci, un "parlar fondo come un basar", come dice Zanzotto, che è l'esatto opposto del chiacchiericcio, del gridare, del silenzio rumorosissimo di questi momenti".

- Probabilmente ci sarà una reazione politica a questo suo gesto.

"Sì, è chiaro che si tratta di un discorso che ha un senso politico. Durante lo spettacolo io faccio apparire in scena una panchina, la famosa panchina che il sindaco di Treviso ha fatto togliere per evitare che potessero usarla gli extracomunitari e che io ho regalato di nuovo alla città. Ma non voglio neanche farmi strumentalizzare per campagne di stampa o di partito. Sono disposto a farmi censurare, non a farmi strumentalizzare. Tuttavia non voglio occupare il suolo cittadino. Per questo motivo la panchina resterà appesa a trenta centimetri da terra".

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