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La Repubblica (Roma.it) – Ballata di uomini e cani

Quando Marco Paolini si presenta in scena, tra bidoni di latta lasciati arrugginire e il fondale accigliato dalle tonalità tetre, passano pochi istanti ed è subito verità. Narratore di vocazione consolidata, affabulatore sanguigno e mai scontato, sa raccontare e testimoniare, al contempo, con una sensibilità vocale e una destrezza ritmica da cantattore patentato. Con “Ballata di uomini e cani”, un omaggio in musica e parole al Jack London di “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta”, si avventura nelle terre estreme del selvaggio Nord America in compagnia di una combriccola vagabonda di interpreti dal vivo, Lorenzo Monguzzi, autore, voce e chitarra, Angelo Baselli, clarinetto, e Gianluca Casadei, fisarmonica. Un dialogo arrovellato di visioni canine e sensualità acustiche, impreziosito dalle animazioni video che Simone Massi inerpica sul lampadario-installazione sospeso sul fondo.

Primo tassello di questa successione testuale tripartita  sul binomio irrisolvibile tra uomo e natura, con “Macchia”, cane da tiro che non tira, l’ironia scoppiettante di un situazionismo al limite aleggia tra i boschi inospitali dei passaggi di frontiera, mecche insperate e paludate dai cercatori d’oro. In “Bastardo” l’ossessiva coesistenza di due esseri ai margini, il brutale padrone Black Leclér e il suo schivo accompagnatore a quattro zampe, si consuma in un rapporto ostinato di brutalità e violenza, che li vede rivali e complici fino alla fine. Chiude il cerchio “Preparare un fuoco”, tragico epilogo di un giovane camminatore solitario che, nel gelido inverno del Klondike, muore assiderato sotto lo sguardo incosciente del suo disincantato fido.
Messo da parte il teatro civile, Paolini stavolta si concede il lusso della divagazione letteraria, regalandoci respiri di libertà evocativa, erranze arrischiate dell’immaginazione, tepori emotivi da immedesimazione immediata, grazie all’apporto fondamentale dei tre accattivanti musicisti e delle loro composizioni originali. Solo sul finale confessa di essere stato per tutto il tempo lui il cane, quasi come a voler svelare un’affiliazione più che mai consolidata, ieri come oggi, in questa nostra epopea contemporanea di raminghi in lotta per la sopravvivenza.

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