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La Stampa – Marco Paolini: la lingua è un ponte, non un confine

TORINO
La poesia, di Giacomo Noventa, dice: «Par vardar dentro i cieli sereni, là sù sconti da nuvoli neri, gò lassà le me vali e i me orti, par andar su le cime dei monti. Son rivà su le cime dei monti, gò vardà dentro i cieli sereni, vedarò le me vali e i me orti, là zò sconti da nuvoli neri»? E questa metafora bellissima, Par vardar dà il titolo allo spettacolo che Marco Paolini interpreta stasera a Venaria. Ieri è stato ad Alessandria con La macchina del capo, poi porterà Notte Trasfigurata a Cividale e Uomini e cani - Dedicato a Jack London a Poggibonsi, in un alternarsi di spettacoli che formano la sua piccola tournée estiva, tra Roma e una malga della Val Sella. Perché Paolini è così, grande e piccolo, locale e globale, veneto e italiano. Nato sotto il segno dei Pesci nel 1956, a Belluno, sceglie con molta cura i suoi spettacoli, non vuole annoiare prima di tutto se stesso, non si ritiene un intellettuale ma pensa che con il teatro si possa far cultura. Rispetta la tv e con parsimonia la frequenta. Sempre La7, dove non mettono spot in mezzo ai suoi spettacoli.

Che cos'è questo Par vardar?
«E' l'inizio della poesia di Noventa, che molti ripetono come un mantra. Ma per me è uno scherzo, Noventa è leggero, ironico. Lo spettacolo è fatto di poesie in dialetto. Non tutte venete, mi cimento con Di Giacomo, Buttitta, Belli. Qualcuna è accompagnata dalla musica di Lorenzo Monguzzi. Cambiano, di città in città. Non tutti reggono le poesie. Come dice Andrea Zanzotto, le poesie sono lettere destinate a mendicare l'ascolto in giro per il mondo. La poesia non è assertiva, si insinua. Se pensassi di fare una fotocopia orale di un testo scritto sarei distrutto. L'attore può fare da tramite, ma probabilmente io non sono un bravo attore».

Non ha frequentato l'Accademia?
«Ho cominciato negli Anni '70: ero un po' contro, all'Accademia. Volevo fare teatro senza dover dimostrare niente a nessuno. D'altronde, se avessi affrontato un provino mi avrebbero scartato. E non avrei potuto sviluppare nel tempo quel talento che (forse) ho. Sono come un baccalà, che va cotto per tante ore».

Perché ha scelto il dialetto?
«Il mio rapporto con le lingue è musicale, non filologico. Mi metto davanti alle parole come alle arie, o agli standard del jazz. Cerco i suoni, Muran-Buran, Muran-Buran, se lo ripeti e lo ripeti diventa il rumore del vaporetto, è onomotopeico, come gulp e slurp dei fumetti. Mi sono dedicato al dialetto dopo aver conosciuto Gigi Meneghello. Proprio a Torino, con Vacis, faccemmo Libera nos a Malo. Mi sono liberato di un complesso di inferiorità e ho capito: la lingua non è il confine, la linea di demarcazione di un'identità. Al contrario, è un ponte. Detto questo, l'idea di insegnare il dialetto a scuola mi fa ridere. L'essenza del dialetto è la stessa delle relazioni umane. Se non ci sono più relazioni umane, se tutti se ne stanno rintanati in casa davanti a qualche schermo, il dialetto ne subisce le conseguenze, non si recupera insegnandolo a scuola».

Allora è tutta colpa della tv?
«Assolutamente no. Però è corresponsabile, certo. Per questo il teatro, gli spettacoli dal vivo, sono meravigliosi: invitano a uscire di casa. Io non ho studiato da intellettuale. Pasolini lo era. Fino in fondo. Dopo di lui, più nessuno. Però, quando si lascia un vuoto, quel vuoto si riempie: Sgarbi è l'intellettuale del nostro tempo. E Roberto D'Agostino svolge una precisa funzione intellettuale. Ci vogliono doti di spadaccino per intrattenere polemiche vivaci e violente. Io vado in un'altra direzione, ho sempre seri dubbi sulle mie opinioni, e li manifesto: si crea così una relazione fiduciaria, affettiva, con gli spettatori. Oggi è il cinismo il vero conformismo».

Le chiedono mai di entrare in politica?
«E' abbastanza evidente che sono impolitico. La politica è molto seria, una persona famosa non può passare all'incasso. Sarebbe un conflitto di interessi».

Sono attori, scherzano. E il futuro?
«Il minimo comune denominatore del futuro è la speranza. Le cose cambieranno, ci aspetta una rivoluzione culturale che è già cominciata. E' fatta di una rete di persone come Ciotti, Strada, Zanotelli, come tanti non famosi, che sul territorio si battono perché i pannelli solari non si espandano nei terreni agricoli, perché non si coprano i campi di cemento. Questo è fare politica. Poi c'è uno come me, che serve a prendere in giro chi si prende troppo sul serio».

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