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La Stampa – Paolini dal "Milione" a "Io sono li"

Ispido come il pescatore chiozzotto che interpreta nel bell’esordio di Andrea Segre, Io sono Li - oggi al Lido -, mirabile per verve controllata, eloquenza e memoria, Marco Paolini ha rispolverato dopo 15 anni il suo monologo Il Milione, quaderno veneziano, con due idee vincenti. La prima è quella di proporlo a un pubblico ristretto e indigeno, in un paio di luoghi della Venezia meno frequentata, come un campo a Cannaregio dove lo spettacolo si svolge a bordo di una chiatta galleggiante, sovrastata da due grandi vele mosse dalla brezza notturna. Parlare ai (relativamente) pochi della loro città, di cui secondo la formula collaudata si ripercorre un po’ la storia e di cui si denunciano magagne, è più tonico della concione ai molti e indifferenziati.
La seconda idea è stata quella di non aggiornare troppo il materiale. Quello che ricordavamo era già brillante e sopporta la ripetizione; e così si ribadisce il senso dell’eternità di una città uguale a nessun’altra. Certo, qualche cosa nel frattempo è successa. Per esempio il contadino inurbato che si farà spiegare Venezia da un ospite stanziale arriva ora in bici, frastornato dalla proliferazione di aiuole spartitraffico spuntate come funghi in mezzo Veneto, monumenti di tronfia assurdità. Poi, come parlando di un’altra novità, Paolini inizia: «15 anni fa c’erano i lavori a Piazzale Roma...» e si conquista il pubblico.

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